Ventiquattresima Domenica dopo Pentecoste

22 novembre / 9 novembre 2020 – Domenica

Domenica 24a dopo Pentecoste. Non c’è digiuno. Tono 7°.
Dei martt. Onesiforo e Porfirio (c. 284-305); della ven. Matrona di Costantinopoli (c. 492). Della ven. Teoctista di Paros (881). Del ven. Onesiforo delle Grotte, nelle Grotte vicine, ieromonaco (1148); del martire Alessandro di Salonicco (305-311); del martire Antonio di Apamea (V);
del ven. Giovanni Colobo (V); delle venn. Eustolia (610) e Sosipatra (625). Dello ierarca Nettario, metropolita di Pentapoli, taumaturgo di Egina 1 (1920). Degli ieromartt. Partenio (Bojanskikh), vescovo di Anan’ev, Costantino Čerepanov, Demetrio Rusinov, 2 Nestore Panin, Teodoro Čičkanov, Costantino Nemeshaev, Vittore Klimov, Elia Ryl’ko, Paolo Ansimov, presbiteri, Giuseppe Sčensnovič, diacono e ven. mart. Alessio (Zadvornov), ieromonaco (1937). Dell’icona della Madre di Dio, chiamata “Di pronto ascolto”.

Apostolo: Ebr § 221 = 2:14-22.

Vangelo: Lc § 39 (= 8:41-56).

41 Ed ecco venne un uomo di nome Giàiro, che era capo della sinagoga: gettatosi ai piedi di Gesù, lo pregava di recarsi a casa sua, 42 perché aveva un’unica figlia, di circa dodici anni, che stava per morire. Durante il cammino, le folle gli si accalcavano attorno. 43 Una donna che soffriva di emorragia da dodici anni, e che nessuno era riuscito a guarire, 44 gli si avvicinò alle spalle e gli toccò il lembo del mantello e subito il flusso di sangue si arrestò. 45 Gesù disse: «Chi mi ha toccato?». Mentre tutti negavano, Pietro disse: «Maestro, la folla ti stringe da ogni parte e ti schiaccia». 46 Ma Gesù disse: «Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una forza è uscita da me». 47 Allora la donna, vedendo che non poteva rimanere nascosta, si fece avanti tremando e, gettatasi ai suoi piedi, dichiarò davanti a tutto il popolo il motivo per cui l’aveva toccato, e come era stata subito guarita. 48 Egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata, va’ in pace!».
49 Stava ancora parlando quando venne uno della casa del capo della sinagoga a dirgli: «Tua figlia è morta, non disturbare più il maestro». 50 Ma Gesù che aveva udito rispose: «Non temere, soltanto abbi fede e sarà salvata». 51 Giunto alla casa, non lasciò entrare nessuno con sé, all’infuori di Pietro, Giovanni e Giacomo e il padre e la madre della fanciulla. 52 Tutti piangevano e facevano il lamento su di lei. Gesù disse: «Non piangete, perché non è morta, ma dorme». 53 Essi lo deridevano, sapendo che era morta, 54 ma egli, prendendole la mano, disse ad alta voce: «Fanciulla, alzati!». 55 Il suo spirito ritornò in lei ed ella si alzò all’istante. Egli ordinò di darle da mangiare. 56 I genitori ne furono sbalorditi, ma egli raccomandò loro di non raccontare a nessuno ciò che era accaduto.

Luca 8,41-56

Leggendo il racconto di Luca sembra di poter udire il frastuono della folla che seguiva Gesù, che si accalcava intorno a lui mentre l’emorroissa di soppiatto afferrava una frangia del suo abito. E ancora sembra di udire il lamento e il pianto della folla per la figlia di Giairo ma anche le risate sguaiate per la convinzione con cui il Salvatore annuncia che la fanciulla non è morta ma dorme. Sono due quadri, quelli proposti da Luca, affollati in cui spiccano l’emorroissa e Giairo, entrambi, sia la donna afflitta da perdite di sangue che il capo della Sinagoga, mostrano tutta la loro fede in Gesù e credendo contro ogni evidenza fanno esperienza della Divinità.

E’ la fede che fa fare esperienza reale di Gesù. Il racconto evangelico mostra come paradossalmente si possa stare con Gesù, seguirlo senza però fare esperienza di Lui. Lo nota bene in un suo inno dedicato all’emorroissa Romano il Melode che fa dire a Gesù:

Perché, Simone figlio di Giovanni, tu mi dici

che una immensa folla addosso mi si accalca?

La mia divinità, essi non toccano.

Ma questa donna, nella visibil veste

la natura mia divina ha conquistato

in modo manifesto, e la salute ha avuto

gridandomi: Salvami, Signore!

Romano il Melode, Hymn., 33, 15-21

La folla pure essendo accalcata su Gesù non fa esperienza della sua divinità, la fa invece la donna che toccando con fede la veste del Salvatore “conquista” la sua natura divina. Questo “non toccare la divinità” ha in sé qualcosa di drammatico, è un pericolo assolutamente reale per quanti stanno vicino a Gesù, ieri come oggi. “Non toccare la divinità” è anche deridere la parola di Cristo, quell’invito a non piangere, a parlare di sonno e non di morte.

Non toccare la divinità significa arroccarsi nella disperazione, in un’autosufficienza che conduce alla morte. Al contrario l’emorroissa e Giairo stesso ci insegnano che per toccare la divinità è necessario il balzo coraggioso della fede, l’uscire dalla massa indistinta dei questuanti per conquistare un rapporto diretto con il Cristo tirando la sua veste, supplicandolo di venire nella propria casa.

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