Ventitreesima Domenica dopo Pentecoste

15 novembre / 2 novembre 2020 – Domenica

Domenica 23a dopo Pentecoste. Non c’è digiuno. Tono 6°. Dei martiri Acindino, Pegasio, Aftonio, Elpidiforo e Anempodisto e compagni (c. 341-345). Del ven. Marciano di Cirro (Cirene) (388). Degli ieromartiri Costantino Jurganov e Anania Aristov, presbiteri (1918). Icona della Madre di Dio “Odighitria” di Šuja-Smolensk. Sinassi di tutti gli Anargiri (la domenica più vicina al 1/14 novembre).

Apostolo: Ef § 220 (= 2:4-10) + Ef § 233 (= 6:10-17).

Vangelo: Lc § 38 (= 8:26-39) + Mt § 36 (= 10:16-22).

26 Approdarono nella regione dei Gerasèni, che sta di fronte alla Galilea. 27 Era appena sceso a terra, quando gli venne incontro un uomo della città posseduto dai demòni. Da molto tempo non portava vestiti, né abitava in casa, ma nei sepolcri. 28 Alla vista di Gesù gli si gettò ai piedi urlando e disse a gran voce: «Che vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio Altissimo? Ti prego, non tormentarmi!». 29 Gesù infatti stava ordinando allo spirito immondo di uscire da quell’uomo. Molte volte infatti s’era impossessato di lui; allora lo legavano con catene e lo custodivano in ceppi, ma egli spezzava i legami e veniva spinto dal demonio in luoghi deserti. 30 Gesù gli domandò: «Qual è il tuo nome?». Rispose: «Legione», perché molti demòni erano entrati in lui. 31 E lo supplicavano che non ordinasse loro di andarsene nell’abisso.
32 Vi era là un numeroso branco di porci che pascolavano sul monte. Lo pregarono che concedesse loro di entrare nei porci; ed egli lo permise. 33 I demòni uscirono dall’uomo ed entrarono nei porci e quel branco corse a gettarsi a precipizio dalla rupe nel lago e annegò. 34 Quando videro ciò che era accaduto, i mandriani fuggirono e portarono la notizia nella città e nei villaggi. 35 La gente uscì per vedere l’accaduto, arrivarono da Gesù e trovarono l’uomo dal quale erano usciti i demòni vestito e sano di mente, che sedeva ai piedi di Gesù; e furono presi da spavento. 36 Quelli che erano stati spettatori riferirono come l’indemoniato era stato guarito. 37 Allora tutta la popolazione del territorio dei Gerasèni gli chiese che si allontanasse da loro, perché avevano molta paura. Gesù, salito su una barca, tornò indietro. 38 L’uomo dal quale erano usciti i demòni gli chiese di restare con lui, ma egli lo congedò dicendo: 39 «Torna a casa tua e racconta quello che Dio ti ha fatto». L’uomo se ne andò, proclamando per tutta la città quello che Gesù gli aveva fatto.

Luca 8,26-39

Il racconto dell’indemoniato geraseno potrebbe sembrarci lontano dalle nostre vite, un caso isolato buono per un manuale per esorcisti.

E invece il racconto lucano è più vicino alla nostra vita di quanto possiamo immaginare perché in questa Parola ci viene disvelato cosa accade ad una vita tormentata dal peccato e dal male che viene a contatto con il Salvatore. L’uomo nudo, vulnerabile che geme e grida al Signore, che “vive” nei sepolcri può essere ciascuno di noi quando la nostra vita consegnata al peccato diventa una non-vita. Il peccato, il male ci spogliano della nostra dignità di esseri chiamati ad una vocazione più alta, ci consegnano alla morte delle relazioni, all’estraneamento dalla comunità, dagli affetti. Questa condizione non ha nessun rimedio umano: nessun ceppo, nessuna catena umana può sottrarci al giogo del peccato ma solo il contatto salvifico con il Signore.

E’ il Signore della vita che restituisce il gadareno ad una esistenza veramente umana. Rivestito, sano di mente l’uomo liberato dai demoni siede ai piedi di Gesù e inizia una vita nuova che lo porterà ad essere apostolo, annunciatore della Salvezza, delle opere che Dio ha compiuto in lui e per lui. Il Salvatore esercita la sua potestà sul peccato e sul male, lo separa dalla vita di quest’uomo e lo confina nel branco di porci – l’animale impuro per eccellenza secondo le regole giudaiche – che precipita dalla rupe nel lago e annega. L’opera della Salvezza è proprio restituire l’uomo alla vita, liberarlo, separarlo dal male.

Eppure il Signore che spiega la potenza del suo braccio, che disperde il male e innalza la vita dell’uomo (cfr. Lc 1,51) è destinato ad una incomprensibile incomprensione: la popolazione del territorio dei geraseni chiede l’allontanamento di Gesù, hanno paura. E’ ciò che accade anche a noi quando ci adagiamo nel peccato, quando crediamo che il male sia qualcosa di endemico alla nostra esistenza, quando mortificando la nostra speranza pensiamo che la nostra vita non possa essere migliore, più bella e luminosa ma solo un vagare tra i sepolcri, un inutile attaccamento al nostro branco di porci.

No, non ci accada come ai gadareni che videro il Salvatore risalire sulla barca e tornare indietro. Accogliamo la Salvezza, invochiamola gementi come l’indemoniato e saremo liberati. Facciamo vincere la Speranza, la fede nella misericordia infinita di Dio.

A tal proposito c’è un istruttivo detto dei padri del deserto:

Un soldato chiese ad abbà Mios se Dio accoglie davvero un convertito. Mios gli replicò: «Dimmi un po’: se il tuo mantello si strappa, tu lo getti via?». «No» rispose il soldato «lo rammendo e continuo a usarlo» Disse allora il maestro: «Se tu hai pietà del tuo mantello e lo conservi, Dio non avrà pietà e non terrà cara la sua creatura?»

Alf, Mios 3

Siamo chiamati a riconoscere questa misericordia che Dio ci usa, a riconoscerci in questo mantello strappato che viene pazientemente rammendato e restituito alla sua funzione iniziale.

Lasciamo che il Salvatore ricucia la nostra vita.

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