Ventesima Domenica dopo Pentecoste

Михаила Васильевича Нестерова (1862-1942) «Святая Русь»

25 ottobre / 12 ottobre 2020 – Domenica

Domenica 20a dopo Pentecoste. Non c’è digiuno. Tono 3°.

Memoria dei santi padri del VII Concilio ecumenico (787). Dei martt. Probo, Taracho e Andronico (304). Del ven. Cosma, vesc. di Majum, creatore di canoni (c. 787). Dei venn. Amfilochio, igùmeno di Glushitsk, e Dionigi di Glushitsk (1452). Del ven. Simeone il Nuovo Teologo (per l’ufficiatura vedi 12 marzo). Della mart. Domnica (286). Dello ierarca Martino il misericordioso, vesc. di Tours (c. 400). Trasferimento da Malta a Gatchina di una parte del Legno della Croce Vivificante del Signore. Dell’icona Filermskaja della Madre di Dio e della mano destra di Giovanni Battista (1799). Di san Giovanni Letnikov, conf. (1930); dello ieromart. Lorenzo (Levchenko) (1937); dello ieromart. Alessandro Pozdeevskij presbitero (1940); dello ierarca Nicola (Moghilëvskij) conf., metr. di Alma-Ata (1955).
Delle icone della Madre di Dio di Gerusalemme (48), “Odighitria” di Jaroslavl’-Smolensk (1642), di Rudensk (1687) e di Kaluga (1812).

Apostolo: Gal 1:11-19 e dei santi padri: Ebr 13:7-16.

Vangelo: Lc 7:11-16 e dei santi padri: Gv § 56 = 17:1-13.

In quel tempo Gesù andò in una città chiamata Naìn e andavano insieme a lui i suoi discepoli e molta folla. Come si avvicinò alla porta della città, ecco che veniva condotto un morto, figlio unigenito di sua madre, ed essa era vedova. C’era con lei molta gente della città e appena il Signore la vide, si commosse per lei e le disse: “Non piangere!” Si avvicinò, toccò la bara e i portatori si fermarono. Egli disse: “Ragazzo, dico a te: alzati!” Il morto si mise a sedere e cominciò a parlare, e lui lo diede a sua madre. Tutti furono presi dalla paura e glorificavano Dio, dicendo: “Un grande profeta è sorto in mezzo a noi e Dio ha visitato il suo popolo!”

Luca (7, 11-16)

Il Vangelo di Luca narra i segni prodigiosi operati dal Signore a cominciare dall’indemoniato di Cafarnao (4,31-37), poi la guarigione ella suocera di Pietro (4,38-39) e di molti altri (4,40-43); il Signore opera anche il miracolo della pesca miracolosa (5,1-11), guarisce il lebbroso (5,12-16), quindi il paralitico (5,17-26), ed il servo del centurione (7,1-10). Tutte queste sono le “opere del Regno” e sono operate dalla medesima Persona divina di Gesù.

In questa parte del capitolo settimo del Vangelo di Luca c’è un incrocio particolare. Si incontrano il Signore seguito da discepoli e curiosi e una processione funebre per il figlio di una povera vedova. Le opere del Regno, il Signore stesso si confrontano ora con la morte, cioè quella realtà che più delle malattie e delle fatiche umane segna irreversibilmente la natura umana.

Quante volte ci domandiamo dov’è Dio davanti all’umana sofferenza, al dolore? Ecco che questo brano del Vangelo ci disvela i sentimenti di Dio davanti alla condizione dell’uomo e la sua reazione. L’esistenza degli uomini senza Dio è come quel corteo funebre che come da tradizione ebraica all’imbrunire viaggia verso il cimitero. Ci siamo tutti in quel corteo funebre, con la nostra umanità dolente che giace nel sudario e come la vedova piangiamo per la nostra condizione di mancanza e di annientamento. L’Evangelista infatti ci presenta questa donna che dopo aver perso il marito adesso piange la morte dell’unico figlio: una tragedia nella tragedia. Non c’è nessuna richiesta questa volta per il Signore ma è Lui che presta attenzione a questa situazione e si para davanti al corteo funebre, lo blocca e tocca la bara. Il Signore con il suo stesso corpo blocca questo flusso di tristezza e morte e davanti a questa tragedia disvela all’umanità i suoi sentimenti. Tre cose sono dette: il Signore “vide”, posa il suo sguardo sulla sofferenza e su quel corpo esanime, il Signore poi “si commosse” letteralmente contrasse le sue viscere proprio come fa una madre in pena per il figlio, e infine parla e dice invitando la madre a non piangere e poi rivolgendosi al giovinetto morto ordinando di alzarsi.

Alle parole del Salvatore la morte scompare, il giovane si desta torna a parlare e viene restituito alla madre. Il Salvatore scioglie quel corteo funebre, restituisce al giovane la vita e le sue relazioni principalmente quella con la madre che ora non piange più.

Il commento di chi sta in torno è fondamentale: “Dio ha visitato il suo popolo”. Dio è fedele alle sue promesse, ha soccorso la vedova, ha distrutto la morte, ha cambiato il pianto in gioia. La resurrezione del figlio della vedova è una anticipazione di ciò che il Salvatore realizzerà tramite la sua passione, morte e resurrezione. Egli, il Signore, si cala nella storia umana, una storia che senza di Lui è destinata al disfacimento, alla polvere, e ne cambia il corso, orientandola non più alla morte ma alla vita senza fine.

Questa del Vangelo di Luca è una Parola luminosa per l’umanità, per gli uomini che sono attanagliati dalla sofferenza e il dolore. E’ una Parola che serve a rammentare che Dio è vicino al suo popolo, che la storia degli uomini non è più una storia di morte perché Dio ha visto, si è commosso e ha parlato nel suo Figlio Unigenito. E la sua Parola è una parola di vita, una Parola che trasforma una storia di sofferenza di morte in storia redenzione e vita.

C’è un quadro del pittore russo Mikhail Nesterov, “Santa Rus'”, che probabilmente rende perfettamente questa vicinanza divina che cambia il destino dell’uomo. Il quadro rappresenta Cristo mentre percorre le pianure e le foreste della Russia, seguito da San Nicola (270-343), San Sergio e dal principe Boris, attirando a sé l’intero popolo avido della sua parola. Il paesaggio in cui è ambientata la scena fu ispirato a Nestorov dal suo soggiorno al monastero delle isole Solovki, tristemente noto poi nel secolo seguente, quando il regime comunista lo tramutò in campo di deportazione. A destra c’è una donna dagli occhi stralunati, accompagnata da due figure che la conducono dall’unico che può guarirla. La donna alla sua destra la sorregge, visibilmente preoccupata, mentre l’altra figura, più anziana, incappucciata in un abito religioso, sgrana il rosario quasi estraniata. A pochi passi, altre due donne vanno a implorare chissà quali grazie, appoggiandosi a un bastone per superare un piccolo dislivello nel terreno.  Un secondo gruppo di pellegrini, più numeroso e più variegato, occupa la parte centrale del dipinto, trovandosi faccia a faccia col Salvatore, accompagnato dai tre santi che sembrano uscire dalla chiesa alle loro spalle, quasi un’epifania della corte celeste che esce direttamente dal santuario terreno. Il Principe Boris appare assorto, San Sergio e San Nicola guardano con compassione il gruppo di pellegrini dai quali fuoriesce una figura prostrata a terra, proprio ai piedi di Cristo, immobile, con le braccia distese lungo i fianchi, verso cui convergono tutti gli sguardi facendone la figura centrale, pur non trovandosi al centro del dipinto. “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 45,3) ed in effetti il suo portamento regale si distingue in mezzo a quella misera folla realisticamente ritratta da Nesterov. Non si distingue tuttavia per altezzosità, al contrario “avanza per la verità, la mitezza e la giustizia” (Sal 45,6). Il suo sguardo maestoso è alla stessa altezza dell’ossessa che si trova sul lato opposto, che forse proprio in quel momento cruciale viene sanata. Egli santifica quelle nevi, posando il suo piede su di esse, “predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità” (Mt 9,35) per le strade della Santa Rus’, così come faceva duemila anni fa in Palestina e come continua fare con noi ad ogni latitudine ed in ogni tempo.

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