Le donne della santa Rus’

prazdnik jen-mironosic (24)

La seconda domenica dopo Pasqua  vengono ricordate le mirofore, cioè le “portatrici di miro” (in slavo mironosicy), che all’alba di Pasqua si recarono al sepolcro di Gesù per completare le cure funebri con unguenti aromatici.

La Chiesa ortodossa russa nel tempo ha scelto questo giorno per la celebrazione delle donne, dando una dimensione cristiana ad un riconoscimento che è assente nella festa laica e ideologizzata – soprattutto nella vecchia Unione Sovietica – dell’otto marzo.

Scrisse padre Alexander Schmemann:

“A queste persone, a queste donne, Cristo non aveva svelato, come aveva fatto con i dodici apostoli che si era scelto, i misteri del futuro; esse non conoscevano né il senso della morte, né i misteri della futura vittoria, della futura risurrezione. Rimasero ai piedi della croce e non abbandonarono il suo corpo… e questo, solo perché amavano Gesù. Ed è stato  proprio questo amore a venire a sapere per primo della vittoria; a questo amore, a questa fedeltà, per primi viene concesso di sapere che la morte è inghiottita dalla vittoria.

E’ questo il senso dell’episodio delle mirofore al sepolcro: questo amore e questa fedeltà sono e saranno sempre la luce che risplende nell’oscurità senza fondo”.

L’amore e la fedeltà delle donne mirofore sono i sentimenti che per secoli hanno contraddistinto le donne delle comunità cristiane e che nella Rus’ sono stati determinanti per la nascita, la crescita e la resistenza del cristianesimo.

La Rus’ e la sua Santa Chiesa ortodossa hanno un’anima femminile, le loro identità sono state forgiate da immense figure di donne che dell’amore e della fedeltà al Salvatore hanno fatto la loro caratteristica essenziale.

Non è un caso che all’origine del cristianesimo della Rus’ ci sia una donna, la  santa principessa Olga di Kiev che ha meritato il titolo di pari agli apostoli insieme a suo nipote Vladimir che battezzò la Rus’ nelle acque del fiume Dniepr.

E che dire di santa Eudocia di Mosca, di santa Eufrosina di Polock, o ancora santa Giuliana di Lazarevo tutte donne di alto lignaggio segnate dall’amore e dalla fedeltà a Cristo. E le sante dal popolo Xenia di Pietroburgo o Matrona di Mosca? Forse non c’è una chiese senza una loro icona! In tempi più recenti poi spicca la figura di santa Elisabetta Fedorovna che incarna il martirio della Chiesa russa sotto il terrore bolscevico.

La santità al femminile della Slavia ortodossa è per certi versi ancora un pantheon poco esplorato se pensiamo che solo tra i secoli X e XVII sono cinquantanove le donne vissute nelle terre slavo-orientali riconosciute sante o venerabili eppure ha forgiato l’identità spirituale di un popolo.

E se nelle sante ci sono l’amore e la fedeltà al Salvatore riconosciuti dalla Chiesa poi ci sono l’amore e la fedeltà a Cristo di donne di cui non conosciamo il nome e la storia ma che negli anni bui, negli anni della Chiesa del silenzio hanno preservato e tramandato la fede come il bene più prezioso che potevano consegnare alle future generazioni.

Dire che l’anima della Santa Rus’ è femminile non è un dato storico o una teoria femminista, è  semplicemente un’esperienza da fare nel canto di un coro, contando i capi coperti alla liturgia domenicale o guardando quella babushka (nonna) che sta accendendo  una candelina all’icona della Madre di Dio Vladimirskaja sussurrando: santissima Madre di Dio, salvaci.

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