Lo starec Zosima (F. Dostoevskij)

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Il vecchio starec Zosima è uno dei personaggi più affascinanti de “I fratelli Karamazov” di F. Dostoevskij. Si tratta di una figura che probabilmente rispecchia in sé tutti i volti di quegli starcy che il romanziere russo aveva incontrato e frequentato nella sua vita, volti che così tanto lo attraevano. E’ probabile che lo sguardo di fedele ammirazione con cui Alëša, il più giovane dei fratelli Karamazov, guarda lo starec Zosima sia lo stesso sguardo di Dostoevskij. Un brano, quello proposto, tratto appunto da “I fratelli Karamazov” che bene introduce allo starcestvo (paternità spirituale) del monachesimo russo.

 

Carissimi padri e maestri, io sono nato in una lontana provincia del nord, nella città di V., da un padre nobile, ma non illustre e di condizione modesta. Morì prima che avessi due anni, e non ho di lui nessun ricordo. Lasciò a mia madre una casa di legno e un certo capitale, non molto grosso ma sufficiente per viverci lei e i figli senza mancare di niente. Eravamo due fratelli: io, Zinovij, e mio fratello maggiore, Markèl. Mio fratello aveva circa otto anni più di me, era di carattere violento e irascibile, ma era in fondo buono, per niente maligno e stranamente taciturno, soprattutto in casa, con me, con la mamma e la servitù. Faceva il liceo e riusciva bene negli studi, ma con i suoi compagni non simpatizzava, pur non bisticciando mai, così almeno mi raccontò più tardi la mamma. Sei mesi prima di morire, quando aveva già compiuto i diciassette anni, si era messo a frequentare un uomo solitario, confinato da Mosca nella nostra città, perchè accusato di essere un libero pensatore. Questo confinato era un professore universitario, filosofo notissimo e molto colto. Non so perchè, si affezionò a Markèl e cominciò a riceverlo in casa. Il ragazzo passava con lui tutte le sere, e cosi passò tutto l’inverno, finchè poi il confinato fu richiamato in servizio a Pietroburgo secondo il suo desiderio e grazie all’appoggio di potenti protettori. Venne la Quaresima, e Markèl, inaspettatamente, si rifiutò di digiunare e derise questa usanza: «Sono tutte fantasie, – disse – e nemmeno Dio esiste!». Questo non solo spaventò mia madre e i domestici ma anch’io, benchè avessi solo nove anni, mi sentii atterrito da simili parole. Durante la sesta settimana di Quaresima, ecco che mio fratello improvvisamente si sentì male. Era sempre stato malaticcio, di costituzione debole, sofferente di petto e predisposto alla tubercolosi; era piuttosto alte di statura, ma esile e mingherlino, con un viso molto bello. Sembrava che avesse preso un raffreddore, ma venne il medico e subito disse alla mamma che quella era tisi galoppante, e che non avrebbe superato la primavera. La mamma cominciò a piangere, e cominciò anche (con cautela, soprattutto perchè egli non si spaventasse) a pregare mio fratello di recarsi a far la confessione e la comunione, giacchè poteva ancora camminare. A sentir questo, Markèl si arrabbiò e bestemmiò. Ma poi riflettè, e indovinò subito che era malato gravemente e che la mamma voleva mandarlo a fare la Comunione finchè ne aveva ancora la forza. Del resto, lo sapeva da un pezzo anche lui che non era sano, e già un anno prima, una volta, a tavola, aveva detto a me e alla mamma freddamente: «Io non sono fatto per vivere in questo mondo, forse non ho neppure un anno di vita». Sembrava una profezia. Passarono tre giorni, arrivò la Settimana Santa. Ed ecco che mio fratello, a partire dal martedì mattina, cominciò ad andare in chiesa. «Lo faccio proprio per voi, mammina, per accontentarvi e per tranquillizzarvi», le disse. La mamma si mise a piangere dalla gioia, e anche dal dolore: «Vuol dire proprio che la sua fine è vicina, se ha fatto di colpo un tale cambiamento!». Ma in chiesa ci andò per poco, perchè si mise a letto, e allora dovette confessarsi e comunicarsi in casa. Vennero delle giornate limpide, luminose, profumate; quell’anno la Pasqua era alta. Mi rammento che tossiva tutta la notte, dormiva male, ma la mattina si vestiva sempre e provava a mettersi seduto in una poltrona. Ed è rimasto nella mia memoria così: seduto in quella poltrona, quieto, mite, sorridente, con un volto gaio e felice, benchè fosse malato. Spiritualmente era diventato un altro: che cambiamento prodigioso aveva fatto! La nostra vecchia bambinaia entrava in camera sua e gli diceva: «Permettimi di accendere anche il tuo lumino, tesoro, davanti all’icona». Lui prima non voleva, anzi ci soffiava sopra. «Accendilo, cara, accendilo, ero un mostro a proibirtelo. Tu preghi accendendo un lumino a Dio, e io prego guardandoti e rallegrandomi della tua presenza. Dunque, vuol dire che preghiamo lo stesso Dio». Ci parevano strane quelle parole, e la mamma andava nella sua camera e non faceva che piangere: solo quando ritornava da lui si asciugava gli occhi e prendeva un’aria allegra. «Non piangere, mammina, non piangere ‑ le diceva lui ‑ io ho ancora tanto tempo da vivere e da essere felice con voi, e la vita è così bella, così allegra!». «Ah, caro! Che allegria può essere la tua se la notte bruci di febbre e tossisci tanto che ti si spezza quasi il petto!». «Mamma ‑ rispondeva lui ‑ la vita è un paradiso, e noi tutti siamo in paradiso, ma non vogliamo capirlo; e invece, se volessimo capirlo, domani stesso il mondo intero diventerebbe un paradiso». Le sue parole meravigliavano tutti, perchè le diceva in un modo così strano e così deciso; e tutti si commuovevano e piangevano. Venivano da noi dei conoscenti. «Cari ‑ diceva Markèl ‑ che cosa ho fatto per meritare il vostro affetto? Perchè volete bene a uno come me? E come mai prima non lo sapevo, non lo apprezzavo?». Quando i domestici entravano in camera sua diceva sempre: «Perchè mi servite, cari? Sono degno forse di essere servito? Se Dio mi facesse la grazia di lasciarmi in vita, sarei io che mi metterei a servire voi, perchè tutti dobbiamo essere servi l’uno dell’altro». La mamma, ascoltandolo, scuoteva la testa: «Bambino mio, è la malattia che ti fa parlare così». «Mammina, gioia mia ‑ rispondeva lui ‑ non possono non esserci padroni e servitori, ma vorrei servire anch’io i miei servi come loro servono me. E ti dirò anche un’altra cosa, mamma: ognuno di noi è colpevole di fronte a tutti gli altri, e io più di tutti». Allora la mamma non potè fare a meno di sorridere; piangeva e sorrideva: «Ma come è possibile che tu sia colpevole di fronte a tutti e più di tutti? Al mondo ci sono degli assassini, dei briganti, ma tu quali peccati hai fatto in tempo a commettere, per accusarti così?». «Mammina, sangue mio ‑ si era messo a dire delle parole così affettuose, così sorprendenti ‑ sangue mio dolce e caro, credimi, ognuno è realmente colpevole di fronte a tutti gli altri, ed è colpevole di tutto. Io non te lo so spiegare, ma sento che è così, lo sento fino a soffrirne. E come facevamo prima a vivere senza sapere nulla, arrabbiandoci l’uno con l’altro?». Quando la mattina si svegliava, era ogni giorno più commosso e più felice, tutto palpitante d’amore. Veniva il dottor Eisenschmidt, un vecchio tedesco, e Markèl in tono scherzoso gli domandava: «Ebbene, dottore, ho un giorno di vita ancora?». «Non uno, ma molti giorni, e mesi, e anni!» rispondeva il dottore. «Che importano gli anni e i mesi ‑ esclamava lui. ‑ Perchè contare i giorni? Anche un giorno solo è sufficiente per conoscere tutta quanta la felicità! Miei cari, perchè litigare e ricordare le offese, perchè vantarci l’uno con l’altro? Andiamo, invece, in giardino a passeggiare e a giocare, rispettiamoci a vicenda, amiamoci l’uno con l’altro, abbracciamoci, e benediciamo la vita!». «Non è fatto per vivere a questo mondo vostro figlio ‑ diceva il dottore alla mamma, quando lei lo accompagnava sulle scale. ‑ Dalla malattia sta cascando nella pazzia». Le finestre della sua camera davano sul giardino, e il nostro giardino era ombroso, pieno di vecchi alberi che mettevano allora i nuovi germogli; erano arrivati anche i primi uccellini, stridevano, cantavano, proprio sulle sue finestre. Lui li guardava felice, e a un certo momento cominciò a chiedere perdono anche a loro: «Uccellini del buon Dio, gai uccellini, perdonatemi, perchè anche verso di voi ho peccato». Questo, allora, nessuno di noi lo poteva capire, ma lui piangeva di gioia e diceva: «C’era tanta gloria di Dio intorno a me, gli uccellini, gli alberi, i prati, i cieli, e io vivevo nella vergogna, io solo disonoravo ogni cosa, e non mi accorgevo di tanta bellezza e di tanta gloria!». «Tu, però, ti accusi di troppi peccati!»  esclamava la mamma, e piangeva. «Mammina, gioia mia, io piango di felicità, non di dolore. Sono io che voglio essere colpevole davanti a loro, non te lo so spiegare, ma non so come fare per amarli di più. Se sono colpevole davanti a tutti, ma se in compènso tutti mi perdonano, ecco, questo per me è il paradiso. Non sono forse in paradiso, ora?». E diceva anche tante altre cose, che non si potevano nè tenere a mente, nè trascrivere. Mi ricordo che una volta entrai in camera sua e lo trovai solo. Era una serata limpida, il sole tramontava e tutta la stanza era illuminata dai suoi raggi obliqui. Markèl, vedendomi, mi chiamò con un cenno, e io mi avvicinai: mi mise le mani sulle spalle, mi guardò in viso con un’espressione commossa, affettuosa, senza parlare, e continuò a guardarmi così per un minuto. Poi disse: «Su, ora va’, va’ a giocare, vivi per me!». Allora io uscii dalla stanza e andai a giocare. Ma dopo, nella vita, me ne sono rammentato tante volte, che mi aveva ordinato di vivere per lui, e ho pianto. Di parole così belle e così sorprendenti ne diceva molte, sebbene noi allora non le comprendessimo. Morì la terza settimana dopo Pasqua, in piena conoscenza, e benchè ormai non parlasse più, però rimase sempre lo stesso, fino alla sua ultima ora di vita: aveva un’espressione felice, uno sguardo gaio, e con gli occhi ci cercava, ci chiamava, ci sorrideva. Anche in città si parlò molto della sua fine. Tutto questo allora mi scosse, ma non eccessivamente, benchè piangessi molto quando lo seppellirono. Ero giovane, ero un bambino, ma nel mio cuore tutto ciò si impresse in modo indelebile, e mi rimase in fondo all’anima come una commozione nascosta. A suo tempo tutto doveva riaffiorare e rivivere. E fu proprio così.

 

Della Sacra Scrittura nella vita di padre Zosima.

Restammo dunque soli, la mamma e io. Presto dei buoni conoscenti, per consigliarla, cominciarono a dirle: «Vi è rimasto un figlio solo e non siete poveri, avete un capitale, perchè non lo mandate a Pietroburgo come fanno gli altri? Tenendolo qui, forse gli impedite di fare una brillante carriera» . E suggerivano alla mamma di mettermi nel corpo dei cadetti a Pietroburgo, per poi entrare nella guardia imperiale. La mamma esitò a lungo: come poteva separarsi dall’ultimo figlio rimastole? Ma alla fine si decise, benchè con molte lacrime, pensando di agire per il mio bene. Mi portò a Pietroburgo e mi sistemò, e da allora non la rividi più, perchè dopo tre anni morì anche lei, tre anni durante i quali non aveva fatto che pensare a noi due e angustiarsi. Dalla mia casa paterna non avevo portato con me che ricordi preziosi, perchè non ci sono per l’uomo ricordi più preziosi di quelli della sua prima infanzia nella casa paterna, ed è così quasi sempre, se nella famiglia c’è appena un po’ d’amore e di unione. Ma poi, anche della peggiore famiglia si possono avere ricordi preziosi, purchè la nostra anima sia capace di cercare il bello e il buono. Fra i ricordi della mia casa includo anche quelli che si riferiscono alla Sacra Scrittura, perchè, sebbene fossi piccolo, ero molto curioso di conoscerla. Avevo un libro con delle bellissime illustrazioni, intitolato Cento e quattro storie sacre tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento, e su quel libro imparai anche a leggere. Ce l’ho sempre, è lì su quel palchetto, e lo conservo come un oggetto prezioso. Ma non avevo ancora nemmeno imparato a leggere, quando provai la mia prima emozione spirituale; me lo rammento, avevo solo otto anni. La mamma mi aveva portato in chiesa, alla messa; era il lunedì della Settimana di Passione (non mi ricordo dove fosse mio fratello). Era una giornata luminosa, e rivedo, come se fosse ora, l’incenso che usciva dai turibolo e saliva lentamente in alto, mentre da una stretta finestra della cupola filtravano su di noi i raggi divini, sicchè l’incenso, salendo a ondate, sembrava fondersi con la luce. Io guardavo commosso, e quel giorno, per la prima volta da quando ero nato, ebbi coscienza che il seme della parola divina entrava nella mia anima. Un giovinetto con un grosso libro, così grosso che mi sembrava perfino lo portasse a fatica, si mise in mezzo alla chiesa, posò il libro su un leggio, lo aprì e cominciò a leggere, e allora compresi per la prima volta qualcosa di quello che si legge in chiesa. Nella terra di Hus c’era un uomo giusto e pio, che possedeva tante ricchezze, tanti cammelli, asini e pecore, e i suoi figli si divertivano, ed egli li amava molto e pregava Dio per loro: forse nel divertirsi peccarono. Ecco che il diavolo sale in cielo insieme con i figli di Dio, e dice al Signore che ha girato tutta la terra, di sopra e di sotto. «Hai visto anche il Mio servo Giobbe?» gli domanda il Signore. E fece al diavolo l’elogio del Suo servo, che era grande e santo. Ma il diavolo sorrise alle parole di Dio: «Dàllo a me, e vedrai che il Tuo servo comincerà a mormorare e maledirà il Tuo nome». E Dio abbandonò il Suo servo tanto amato al diavolo, e il diavolo colpì i suoi figli, distrusse il suo bestiame, disperse le sue ricchezze, tutto fulmineamente, come la folgore divina. Ma Giobbe si stracciò le vesti, si gettò per terra, e gridò: «Nudo sono uscito dal ventre di mia madre e nudo tornerò alla terra. Dio aveva dato e Dio ha ritolto! Sia benedetto il nome del Signore ora e sempre!». Padri e maestri, perdonatemi se piango, ma mi sembra che tutta la mia fanciullezza riviva in questo momento davanti ai miei occhi, e il mio petto ora respira come respirava quando ero un bambino di otto anni, sento la stessa meraviglia di allora, lo stesso turbamento, la stessa gioia. La mia immaginazione fu violentemente colpita: mi colpirono quei cammelli, Satana che parlava con Dio in quel modo, Dio che abbandonava il Suo servo nella rovina, e il Suo servo che esclamava: «Sia benedetto il Tuo nome, anche se mi punisci!»; poi il canto dolce e sereno dei fedeli: «Esaudisci la mia preghiera», e di nuovo l’incenso che saliva dal turibolo del sacerdote, e la preghiera in ginocchio! Da allora non posso leggere questa santissima storia, e la presi in mano anche ieri, senza piangere. Quante cose grandi, misteriose, incomprensibili ci sono qui dentro! Più tardi ho sentito parole di critica e di scherno, parole di superbia: come potè il Signore abbandonare al diavolo per suo zimbello il prediletto fra i Suoi santi, prendergli i figli, e coprire lui stesso di mali e di piaghe al punto che si raschiava il marciume delle ferite con un coccio? E perchè, poi? Solo per vantarsi con Satana: «Ecco, guarda che cosa può sopportare uno dei Miei santi per amor Mio!». Ma qui la grandezza sta appunto nel mistero, il mistero, cioè, per cui una fugace figura terrena e la verità eterna hanno potuto combaciare. Davanti alla giustizia terrena si compie l’opera della giustizia eterna. Qui il Creatore, come nei primi giorni della creazione, quando completava ogni giornata con la lode: «E’ bene quello che ho fatto», guarda Giobbe e si loda per la Sua creatura. E Giobbe, lodando il Signore, serve non soltanto Lui, ma anche tutte le Sue creature, di generazione in generazione e nei secoli dei secoli, perchè a questo, appunto, era stato predestinato. Signore, che libro, questa Sacra Scrittura, e che insegnamenti! Quale meraviglia e quale forza sono state date all’uomo con questo libro! È come se ci fossero scolpiti il mondo, l’uomo, i caratteri umani, e tutto vi è nominato e fissato nei secoli dei secoli. E quanti misteri risolti e svelati! Dio risolleva Giobbe un’altra volta, gli restituisce la ricchezza, passano molti anni, ed ecco che egli ha di nuovo dei figli, altri figli, e li ama. Signore! Ma come poteva amare questi nuovi figli, ci si domanda, quando i primi non c’erano più, quando li aveva perduti tutti? Ripensando a loro, è possibile che fosse pienamente felice come prima, con i suoi nuovi figli, per quanto cari gli fossero? Eppure è possibile, è possibile! Per un grande mistero della vita umana, un antico dolore si trasforma a poco a poco in una quieta, tenera gioia; al caldo sangue della giovinezza succede la pace serena della vecchiaia: io benedico il quotidiano sorgere del sole, e sempre, come prima, il mio cuore gli leva un canto, ma ormai preferisco il tramonto, i lunghi raggi obliqui, e con loro i dolci, pacati, commossi ricordi, le care immagini di tutta una vita lunga e benedetta …. E al disopra di tutto ecco la verità divina, che dà la gioia, la pace, e tutto perdona! La mia vita finisce, lo so e lo sento, ma in questi ultimi giorni rimastimi sento anche che la mia vita terrena si riattacca già a un’altra vita, eterna, sconosciuta, e ormai vicina, e nel presentirla la mia anima palpita di gioia, la mia mente si illumina e il mio cuore piange di felicità …. Amici e maestri, più di una volta ho sentito dire (e in questi ultimi tempi è diventata una voce sempre più frequente) che da noi i ministri di Dio, specialmente quelli di campagna, si lamentano dappertutto del loro misero stipendio e delle loro condizioni umilianti, e affermano esplicitamente, anche per mezzo della stampa (l’ho letto io), che non possono più spiegare al popolo la Sacra Scrittura, perchè il loro stipendio è troppo misero, e che, se vengono i luterani e gli eretici e incominciano a fuorviare il gregge, facciano pure, perchè loro sono pagati troppo poco. Signore! Io mi auguro che Dio migliori le loro condizioni (perchè anche la loro lamentela è legittima), ma dico in verità che, se le cose vanno cosi, metà della colpa è proprio nostra. Ammettiamo pure che non abbia tempo, ammettiamo pure che questo sacerdote abbia ragione, quando dice che è carico di lavoro e soffocato dalle funzioni religiose, ma non è possibile che lo sia proprio sempre, avrà certo almeno un’ora libera in tutta la settimana per ricordarsi anche di Dio. E poi il lavoro non è uguale tutto l’anno. Se una volta la settimana, di sera, radunasse per un’ora i bambini, da principio solo i bambini, poi i padri lo saprebbero e comincerebbero a venire anche loro. E non è necessario costruire un palazzo per queste riunioni, basta che li riceva nella sua casupola: non abbia paura che gliela sciupino, si tratta solo di un’ora! Apra dunque questo libro e cominci a leggere, senza parole difficili e senza presunzione, senza mettersi più in alto di loro, ma con dolcezza e commozione, contento di leggere per loro e di essere ascoltato e compreso, e pieno d’amore anche lui per quelle parole; si interrompa di rado e spieghi solo qualche parola troppo oscura per la gente umile, non si preoccupi, capiranno tutto, un cuore ortodosso comprende tatto! Legga loro di Abramo e di Sara, di Isacco e di Rebecca, di Giacobbe che andò da Laban e lottò in sogno col Signore, e disse: «Questo luogo è terribile!», e lo spirito devoto della povera gente ne rimarrà colpito. Legga loro, e specialmente ai bambini, come i fratelli vendettero per schiavo Giuseppe, il caro giovinetto, il grande profeta e veggente, e poi dissero al padre che il suo figliuolo era stato dilaniato da una belva, mostrandogli la sua veste insanguinata.

Legga poi come i fratelli arrivarono in Egitto per cercare del grano, e Giuseppe, diventato ormai un gran dignitario, senza essere riconosciuto da loro, li perseguitò, li accusò e trattenne in Egitto il fratello Beniamino, e tutto ciò pur amandoli ancora: «Io vi amo, e amandovi vi perseguito». Perchè si era ricordato sempre, tutta la vita, di quando lo avevano venduto ai mercanti là nella steppa infocata, vicino al pozzo, e lui piangeva torcendosi le mani, e pregava i fratelli di non mandarlo schiavo in terra straniera. Ed ecco che ora, rivedendoli dopo tanti anni, sente di nuovo per loro un amore immenso, ma li perseguita e li fa soffrire, pur amandoli. Alla fine, non potendo sopportare il tormento del suo cuore, si allontana dalla loro presenza, si getta sul suo letto e piange. Poi si asciuga il volto, ritorna da loro sereno e raggiante, ed esclama: «Fratelli, io sono Giuseppe, il fratello vostro!». Vada ancora avanti, e legga come il vecchio Giacobbe si rallegrò nel sentire che il suo caro ragazzo era vivo, e come si trascinò fino in Egitto, abbandonando anche la patria, e come poi morì in terra straniera, dopo aver annunziato, per tutti i secoli dei secoli, la grande parola, che era rimasta misteriosamente chiusa nel suo cuore timido e mansueto tutta la vita, e cioè che dalla sua progenie, dalla stirpe di Giuda, sarebbe uscita la grande speranza del mondo, Colui che porta la pace, il Salvatore! Padri e maestri, perdonatemi, e non vi adirate se parlo come un bambino di cose che sapete da un pezzo, e che voi potete insegnare a me, con un’eloquenza cento volte maggiore della mia. Io parlo così per l’entusiasmo, e perdonatemi se piango, ma io amo questo libro! Si metta a piangere anche lui, il ministro di Dio, e vedrà che i cuori di coloro che lo ascoltano gli risponderanno con un fremito. Basta un piccolo seme, un seme minuscolo: lo getti nell’anima dell’uomo semplice, ed esso non morrà. Vivrà dentro di lui per tutta la vita, nascosto nel buio del suo cuore, in mezzo alla putredine dei suoi peccati, come un punto luminoso, come un sublime richiamo. E non c’è bisogno di parlare molto, di spiegare molto, non ce n’è bisogno; capirà tutto semplicemente. Credete forse che l’uomo del popolo non capisca? Provate, andate avanti, leggetegli la storia commovente della bella Ester e della superba Vasti, o il meraviglioso racconto del profeta Giona nel ventre della balena. E non dimenticate di leggergli anche le parabole del Signore, soprattutto secondo il Vangelo di Luca (come facevo io), e poi la conversione di Saul negli Atti degli Apostoli (quella va letta assolutamente, assolutamente!), e infine nel Martirologio almeno la vita di Aleksèj Uomo di Dio, e quella della Martire felice, grande fra le grandi, Maria l’Egiziaca, che vide Dio e portò Cristo in sè. Con tali semplici narrazioni penetrerete nel suo cuore, e basterà un’ora la settimana, malgrado lo stipendio meschino, un’ora soltanto! E allora il ministro di Dio vedrà che il nostro popolo è misericordioso e riconoscente, e che lo ricompenserà cento volte; ricordandosi del suo zelo e delle sue parole commosse, lo aiuterà volentieri nel suo campo, lo aiuterà anche in casa, e lo rispetterà molto più di prima, ed ecco che così le sue condizioni di vita saranno subito migliori. È una cosa talmente semplice, che a volte si ha perfino paura di dirla, perchè qualcuno si burlerà certo di noi, eppure è cosi vera! Chi non crede in Dio, non crederà neppure nel popolo di Dio. Chi, invece, ha creduto nel popolo di Dio, arriverà sicuramente a comprendere la Divinità, anche se prima di allora non ci avesse creduto affatto. Soltanto il popolo con la sua forza spirituale futura convertirà i nostri atei, che si sono staccati dalla loro terra natale. E che cos’è la parola di Cristo senza l’esempio? Guai al popolo, se gli manca la Parola Divina, perchè la sua anima ha sete di questa Parola e di impressioni belle. Quando ero giovane, molto tempo fa, quasi quarant’anni fa, io e padre Anfìm giravamo tutta la Russia per raccogliere le offerte per il nostro monastero; una volta passammo la notte sulla riva di un grande fiume navigabile insieme con i pescatori, e vicino a noi venne a sedersi un giovane molto bello, un contadino, che dimostrava diciotto anni e aveva fretta di prendere il suo posto di lavoro del giorno dopo, a tirare l’alzaia di un barcone mercantile. Io vedevo che guardava davanti a sè con occhi limpidi e commossi. Era una notte di luglio, calda, serena, tranquilla; da quel grande fiume si alzava un leggero vapore che ci rinfrescava, qualche pesciolino guizzava rapido, gli uccelli avevano smesso di cantare, c’era un gran silenzio, tutto era stupendo, e tutte le cose adoravano Dio. Solo noi due non dormivamo, io e quel giovane, e ci mettemmo a parlare della bellezza di questo mondo divino e del suo sublime mistero. Ogni filo d’erba, ogni scarabeo, la formica, l’ape dorata, tutti gli esseri, insomma, conoscono in modo davvero meraviglioso la propria strada pur non avendo intelligenza, sono la testimonianza del mistero divino, il quale si esplica anzi in loro continuamente; e allora vidi che il cuore di quel caro ragazzo si era infiammato. Mi confidò che amava la foresta, gli uccelli del bosco; era uccellatore, comprendeva ogni loro verso, e sapeva attirarli tutti. «Non conosco nulla di più bello che stare nel bosco ‑ mi disse; ‑ ma già, tutto è bello». «È vero ‑gli risposi ‑ tutto è bello e buono, perchè tutto è verità. Guarda il cavallo, questo nobile animale che vive accanto all’uomo, o il bove, triste e austero, che gli dà il nutrimento e lavora per lui, guarda i loro musi: quanta mansuetudine, quanto attaccamento all’uomo, che spesso li picchia senza pietà, quanta bontà e quanta fiducia, e quanta bellezza nei loro musi! E poi, è commovente pensare che loro non hanno nessun peccato, perchè tutto al mondo è perfetto, tutto è innocente, meno l’uomo, e Cristo è con loro prima che con noi». «Ma è possibile ‑ mi chiese il giovane ‑ che Cristo sia anche con loro?». «E come potrebbe essere diversamente? ‑ gli risposi. ‑ Il Verbo è per tutti; ogni creatura, ogni essere, ogni fogliolina tende verso il Verbo, inneggia a Dio e piange le sue lacrime al Cristo, e lo fa senza saperlo, con il mistero della sua esistenza innocente. Nella foresta ‑ gli dissi ‑ vaga l’orso, che è feroce, terribile, ma non ne ha nessuna colpa». E gli raccontai che una volta un orso andò da un grande santo, il quale faceva penitenza nella foresta, in una piccola cella; questo grande santo nel vederlo si intenerì, usci dalla sua cella senza paura e gli dette un pezzo di pane, dicendogli: «Va’, e Cristo sia con te», e l’orso si allontanò, ubbidiente e mansueto, senza fargli alcun male. Allora il giovane si commosse, nel sentire che l’orso se n’era andato senza fargli male e che Cristo è anche con lui. «Ah, come è bella questa cosa! ‑ disse. ‑ Tutta l’opera di Dio è bella!». E se ne stava li seduto, immerso in pensieri dolci e sereni. Vidi che aveva capito. Poi si addormentò accanto a me, di un sonno tranquillo e innocente. Dio benedica la giovinezza! E prima di addormentarmi pregai per lui. Signore, manda la pace e la luce alle tue creature!

 

Giovinezza dello starec Zosima. Il duello.

A Pietroburgo, nel corpo dei cadetti, rimasi parecchi anni, quasi otto, e quel nuovo genere di educazione soffocò molte delle mie impressioni infantili, benchè non dimenticassi nulla. In cambio presi tante abitudini nuove e assimilai anche tante nuove idee, che mi trasformai in un essere quasi selvaggio, un essere stolto e crudele. Insieme con la conoscenza del francese, acquistai una vernice di cortesia e di maniere mondane, però i soldati che ci servivano al corpo li consideravamo assolutamente delle bestie, e io come tutti gli altri. Anzi, io forse più degli altri, perchè di tutti i miei compagni ero quello più influenza­bile. Quando uscimmo dal corpo col grado di ufficiale, eravamo pronti a versare il nostro sangue per un’offesa recata all’onore del reggimento, ma quanto al vero onore quasi nessuno di noi sapeva che cosa fosse, e se glielo avessero detto ne avrebbe riso. L’ubriachezza, il libertinaggio e l’arroganza erano quasi un motivo di orgoglio. Non dico che fossimo perversi; tutti quei giovani in fondo erano buoni, ma si comportavano in maniera abóminevole, e io peggio di tutti. Il fatto è che ero entrato in possesso del mio patrimonio, e appunto perciò mi ero buttato a vivere a modo mio, con tutto lo slancio dei giovani, e navigavo a vele spiegate, senza nessun freno. Ma ecco una cosa strana: a quel tempo io leggevo molti libri, e li leggevo anzi con grande piacere, solo la Bibbia non l’aprivo quasi mai; però neanche me ne separavo, e la portavo sempre con me dappertutto. In verità, senza saperlo, serbavo quel libro «per quel giorno e quell’ora, per quel mese e quell’anno». Dopo quattro anni di servizio, mi trovai infine nella città di K., dove il nostro reggi­mento era allora di stanza. La buona società locale era varia e numerosa, allegra, ricca e ospitale, e io ero ben accolto dappertutto perchè ero di carattere gioviale per natura, e inoltre avevo fama di non essere povero, cosa che nel mondo ha non poca importanza. E qui accadde un fatto che fu l’inizio di tutto. Io mi ero affezionato a una giovane e bella fanciulla, intelligente e piena di meriti, di carattere nobile, aperto, figlia di genitori molto stimati. Era una famiglia di riguardo, gente ricca, influente, autorevole, e mi ricevevano con molta affabilità e benevolenza. Mi sembrò che la fanciulla avesse un’inclinazione per me, e il mio cuore a un sogno simile si infiammò. Più tardi ci ho ripensato, e ho capito che forse non l’amavo affatto così appassionatamente come credevo allora, ma che avevo solo una grande stima della sua intelligenza e del suo nobile carattere, il che era naturale. L’egoismo, tuttavia, mi impedì di chiedere la sua mano, per il momento; mi sembrò spaventosamente duro rinunziare alle seduzioni della mia vita da scapolo libera e dissoluta, dato che ero ancora così giovane e per di più avevo anche del denaro. Però feci qualche allusione. In ogni caso, rimandai per un po’ di tempo qualsiasi passo decisivo. A questo punto mi capitò di essere comandato per due mesi in un altro distretto. Dopo due mesi ritorno e vengo a sapere, così all’improvviso, che quella fanciulla si era già sposata con un ricco proprietario terriero dei dintorni, un uomo più anziano di me, ma ancora giovane, che aveva relazioni nella capitale e nella migliore società, cosa che io non avevo, un uomo molto abile e per giunta colto, mentre io di cultura non ne avevo affatto. Fui così colpito da questo avvenimento inaspettato, che anche la mia mente si turbò. Il bello è, come venni a sapere allora, che questo giovane signore era suo fidanzato da un pezzo, e io stesso l’avevo incontrato molte volte in casa loro, ma non mi ero accorto di nulla perchè accecato dalla mia presunzione. E fu appunto questo che mi irritò più di ogni altra cosa: come mai quasi tutti lo sapevano e io solo non sapevo nulla? Allora, improvvisamente, provai una rabbia insopportabile. Col viso rosso, cominciai a ripensare alle tante volte che le avevo quasi dichiarato il mio amore, e siccome lei non mi aveva nè interrotto, nè avvertito, conclusi che si era burlata di me. Più tardi, naturalmente, ho riflettuto e ho capito che non si era affatto burlata di me, anzi, mi sono ricordato che interrompeva scherzosamente simili discorsi e ne cominciava degli altri; ma allora non ero in grado di fare queste considerazioni, e bruciavo dal desiderio di vendicarmi. Mi rammento con meraviglia che questo desiderio di vendetta e questa collera pesavano e ripugnavano moltissimo anche a me, perchè, avendo un carattere leggero, non potevo serbare rancore a nessuno per troppo tempo; perciò, in un certo senso, mi eccitavo artificiosamente, tanto che alla fine diventai assurdo e stravagante. Aspettai un po’, e un giorno, in presenza di molta gente, mi riuscì di offendere il mio «rivale» per tutt’altro motivo, apparentemente, cioè burlandomi della sua opinione a proposito di un avvenimento allora molto importante (la cosa accadeva nel 1821; anzi, a quanto mi dissero, seppi burlarmi di lui in modo abile e spiritoso. Dopo di che lo costrinsi a venire ad una spiegazione, e durante questa spiegazione tenni un contegno così grossolano che egli accettò la mia sfida nonostante l’enorme differenza esistente fra noi due, poichè io ero più giovane di lui, di rango molto inferiore, e insignificante come persona. In seguito seppi con sicurezza che anche lui aveva accettato la mia sfida per un certo sentimento di gelosia nei miei riguardi; già prima, quando sua moglie era ancora la sua fidanzata, era stato un po’ geloso di me, e ora pensò che, se lei avesse saputo che aveva tollerato la mia offesa senza sfidarmi a duello, forse senza volere lo avrebbe disprezzato e il suo amore ne sarebbe stato scosso. Trovai subito un padrino, un tenente, mio compagno di reggimento. Sebbene a quel tempo fossero puniti severamente, i duelli erano quasi di moda fra i militari, tanto possono radicarsi e rafforzarsi a volte certi feroci pregiudizi! Era la fine di giugno, e fissammo l’incontro per il giorno dopo, alle sette del mattino, fuori di città. A questo punto mi capitò un incidente che davvero riuscì fatale. La sera, ritornato a casa furioso e sconvolto, mi arrabbiai col mio attendente, Afanasij, e lo colpii due volte sul viso con tutta la mia forza, tanto che lo feci sanguinare. Era con me da poco tempo, e mi era capitato anche prima di percuoterlo, però mai con una ferocia così bestiale. Mi dovete credere, cari: sono passati quarant’anni e ancora oggi ripenso a quel gesto con vergogna e con dolore. Andai a letto e dormii circa tre ore; mi alzai che già cominciava a far giorno. Mi buttai giù dal letto, non avevo più voglia di dormire. Andai alla finestra, l’aprii (la mia finestra dava su un giardino), e vidi il sole che si levava allora; era una giornata calda, bellissima, gli uccelli avevano già cominciato a cinguettare. «Che cos’è ‑ pensai ‑ questa sensazione confusa di vergogna e di bassezza che ho nell’anima? Forse è perchè vado a versare del sangue? No, non mi sembra. Avrei forse paura della morte, paura di essere ucciso? No, no, affatto, non è neppure questo…. E improvvisamente, di colpo, intuii che cos’era; era perchè la sera prima avevo picchiato Afanasij! Rividi subito tutta la scena, come se si ripetesse un’altra volta: Afanasij stava davanti a me, e io lo percuotevo con tutta la mia forza proprio sul viso, mentre lui teneva le braccia lungo i fianchi, la testa diritta e gli occhi spalancati come se fosse sull’attenti, e sussultava a ogni colpo, ma non osava nemmeno alzare le braccia per pararsi …. E un uomo deve essere ridotto così, e un uomo deve picchiare un altro uomo! Che delitto! Fu come se una punta acuminata mi trafiggesse l’anima. Stavo lì come istupidito, e il sole splendeva, le foglioline luccicavano felici, e gli uccelli, gli uccellini cari, lodavano Dio …. Mi coprii il viso con le mani, mi buttai sul letto e scoppiai in singhiozzi. Allora mi ricordai di mio fratello Markèl e delle sue parole ai servitori prima di morire: «Cari, perchè mi servite? Perchè mi volete bene? Sono forse degno di essere servito?». «Proprio così, ne sono forse degno? ‑ pensai tutt’a un tratto. ‑ Quali meriti ho perchè un altro uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio come me, mi serva?». E fu allora che, per la prima volta nella vita, mi si conficcó in testa questo problema. «Mammina, sangue mio, ognuno è realmente colpevole per tutti e di fronte a tutti; solo che gli uomini non lo sanno, ma se lo capissero sarebbe subito il paradiso!». «Signore, è possibile che questa cosa sia falsa?» pensavo io, mentre piangevo. «Forse io sono davvero più colpevole di tutti, e sono anche peggiore di tutti gli altri uomini sulla terra!». E di colpo mi apparve la verità, in tutta la sua luce: che cosa andavo a fare? Andavo a uccidere un uomo buono, intelligente, nobile, che non aveva nessuna colpa verso di me, e rendevo infelice per sempre la sua sposa, la facevo soffrire, la uccidevo! Ero disteso bocconi sul letto, con la faccia nel guanciale, e non mi ero accorto che il tempo passava. A un tratto entra il mio compagno, quel tenente, che era venuto a prendermi e a portarmi le pistole. «Benissimo ‑ mi dice sei già alzato. È l’ora, andiamo». Io mi turbai, mi sentii completamente smarrito; comunque, uscimmo per montare in carrozza. «Aspettami qui un momento ‑ gli dico ‑ faccio una corsa, ho dimenticato il borsellino». Rientrai in casa di corsa, solo, e andai diritto da Afanasij nella sua cameretta. «Afanasij ‑ gli dissi ‑ ieri ti ho colpito due volte sul viso, perdonami!». Lui sussultò come se si fosse spaventato, e mi guardava. Allora vidi che questo era poco, troppo poco, e di colpo, in divisa com’ero, mi buttai ai suoi piedi con la fronte a terra: «Perdonami!» ripetei. A questo gesto rimase addirittura di sasso: «Eccellenza, signore, ma voi… io non sono degno…» e scoppiò in singhiozzi anche lui, come avevo fatto io poco prima, nascondendosi il viso fra le mani. Si voltò verso la finestra, i singhiozzi lo scuotevano tutto; io corsi fuori e saltai in carrozza accanto al mio compagno. «Andiamo! ‑ gridai. ‑ Hai mai visto un vincitore? Eccolo qui davanti a te!». Ero felice, per tutta la strada non feci che ridere, e parlavo, parlavo, non mi ricordo più nemmeno cosa dicevo. Il mio amico mi guardava: «Be’, fratello, sei in gamba! Vedo che farai onore alla divisa». Così arrivammo sul posto; gli altri erano già li che ci aspettavano. Ci misero a dodici passi di distanza l’uno dall’altro, il primo colpo toccava a lui. Io ero allegro, lo guardavo in viso senza batter ciglio, lo guardavo con amore, sapevo bene quello che avrei fatto. Sparò: la pallottola mi sgraffiò appena appena una guancia e mi sfiorò l’orecchio. «Dio sia ringraziato! ‑ gridai. Non avete ucciso un uomo!». Mi rigirai con la mia pistola in pugno e la lanciai in aria, nel bosco, gridando: «Ecco il tuo posto!». Poi mi voltai di nuovo verso il mio avversario e gli dissi: «Egregio signore, perdonate questo stupido giovane, poichè vi ho offeso a torto, e ora vi ho costretto a tirare su di me. Io sono peggiore di voi dieci volte, e forse anche di più. Riferite questo alla persona che stimate più di qualsiasi altra al mondo». Avevo appena detto ciò, che subito si misero a gridare tutti e tre. «Scusate ‑ esclamò il mio avversario, ed era perfino arrabbiato ‑ se non volevate battervi, perchè ci avete incomodato?». «Ieri ero ancora uno stupido ‑ gli risposi ‑ ma oggi sono diventato intelligente!», e glielo dissi con aria allegra. «Di ieri vi credo ‑ ribattè lui ‑ma quanto a oggi è difficile essere della vostra opinione». «Bravo! ‑ gridai, battendo le mani. ‑ Sono d’accordo con voi anche in questo, me lo sono meritato!». «Insomma, signore, volete sparare o no?». «No, non sparerò ‑ risposi. ‑ Se volete sparare, sparate un’altra volta voi, ma sarebbe meglio che non lo faceste». Gridavano anche i padrini, specialmente il mio: «Come si può disonorare così il reggimento, chiedendo perdono sul terreno! Se l’avessi saputo!…». Allora mi piantai davanti a tutti senza più ridere: «Signori miei ‑ dissi ‑ è possibile che sia una cosa tanto strana, ai nostri tempi, incontrare un uomo che si pente della sua stupidità e si riconosce colpevole pubblicamente?». «Ma non sul terreno!» grida daccapo il mio padrino. «Questo è vero! ‑ rispondo io. ‑ Questa, si, è una cosa veramente strana, perchè avrei dovuto chiedere scusa appena arrivato qui, prima che il signore sparasse, senza indurlo a commettere un peccato così grave, un peccato mortale; ma noi abbiamo organizzato il nostro mondo in una maniera talmente assurda, che agire così era per me quasi impossibile, giacchè solo ora, solo dopo aver sostenuto il fuoco a dodici passi di distanza, le mie parole possono valere qualcosa per lui. Se invece lo avessi fatto prima, appena arrivato qui, avrebbe detto semplicemente: ‘E’un vile, ha avuto paura di una pistola, non vale la pena di starlo ad ascoltare’. Signori ‑ esclamai con tutto lo slancio del mio cuore ‑ guardatevi intorno, guardate i doni di Dio! Il cielo sereno, l’aria pura, l’erba tenera, gli uccelli …. La natura è bella e innocente, solo noi siamo empi e sciocchi, e non vediamo che la vita è un paradiso! Perchè basterebbe che noi volessimo capire, e subito avremmo il paradiso in tutta la sua bellezza, e allora ci abbracceremmo piangendo…». Volevo continuare, ma non potei, mi mancò perfino il respiro; sentivo tanta dolcezza, mi sentivo così giovane, e avevo il cuore pieno di una felicità che non avevo mai provato in vita mia. «Tutto questo è molto saggio e molto pio ‑ disse il mio avversario ‑ e in ogni modo siete un uomo originale». «Voi ridete ‑ e mi misi a ridere anch’io ‑ ma più tardi mi darete ragione». «Sono pronto a darvela anche ora! ‑rispose lui. ‑ Ecco, vi tendo la mano, perchè mi sembrate realmente un uomo sincero». «No, ora no ‑ dissi ‑ più tardi, quando sarò diventato migliore e avrò meritato la vostra stima. Me la tenderete allora, e farete una cosa buona».Tornammo a casa. Il mio padrino mi rimproverò per tutta la strada, e io continuavo a baciarlo. Tutti i miei compagni lo seppero subito, e si riunirono quel giorno stesso per giudicarmi: «Ha macchiato la divisa ‑ dicevano ‑ deve dare le dimissioni». Vennero fuori anche dei difensori: «Però ha sostenuto il fuoco», dicevano questi. «Si, ma ha avuto paura di altre pallottole e ha chiesto perdono sul terreno». «Se avesse avuto paura ‑ ribattevano i miei difensori ‑ prima di chiedere perdono avrebbe sparato anche lui, invece ha buttato via la pistola ancora carica. No, qui c’è stato qualcos’altro, qualcosa di originale». Io li ascolto e mi diverto a guardarli. Poi dico: «Miei carissimi amici e compagni, non vi preoccupate per le mie dimissioni perchè le ho già date, le ho presentate subito stamani alla cancelleria, e appena riceverò il congedo andrò in un monastero, perchè è per questo che mi dimetto». Quando ebbi finito, scoppiarono tutti a ridere, dal primo all’ultimo: «Potevi dircelo subito! Ora si spiega tutto! Non si può mica giudicare un monaco!», e non smettevano più di ridere. Ma non ridevano in tono di scherno, ridevano affabilmente, allegramente, e di colpo mi vollero tutti bene, anche i miei accusatori più feroci, e per tutto quel mese, finchè non ebbi il congedo, mi portarono in palma di mano. «Ah, il nostro caro monaco!», mi ripetevano. Tutti mi dicevano qualche parola affettuosa, cercavano di dissuadermi, mi compiangevano perfino: «Ma perchè vuoi fare una cosa simile?». «No ‑dicevano ‑ è proprio un coraggioso, ha sostenuto il fuoco, e poteva sparare anche lui, ma la notte prima aveva sognato che si faceva monaco, ecco come sta la storia!». Quasi la stessa cosa successe anche nella società locale. Prima non mi avevano notato in modo particolare, mi ricevevano cordialmente e basta; ora, invece, tutti l’avevano saputo e tutti facevano a gara per invitarmi. Ridevano anche loro, è vero, ma mi volevano bene. Osserverò qui che, sebbene di quel duello ne parlassero tutti a voce alta, le autorità però misero la faccenda a tacere, perchè il mio avversario era parente stretto del nostro generale, e siccome il duello era finito senza spargimento di sangue, quasi come uno scherzo, e io per di più avevo dato le dimissioni, la cosa fu davvero volta in scherzo. Io cominciai allora a parlare forte e senza paura, nonostante le loro risate, perchè sapevo bene che non erano risate maligne, ma risate bonarie. Tutti questi discorsi più che altro li facevamo la sera, in compagnia delle signore, e le donne furono quelle che presero più piacere ad ascoltarmi, e obbligavano gli uomini a fare altrettanto. «Ma come è possibile che io sia colpevole per tutti? ‑ mi dicevano ridendo. ‑ Posso essere colpevole per voi, per esempio?». «Come fate a capirlo ‑ rispondevo io ‑ quando il mondo intero è ormai avviato da un pezzo su un’altra strada, e quando noi prendiamo per verità la menzogna e pretendiamo la stessa menzogna anche dagli altri? Ecco che per una volta nella vita ho deciso di agire con sincerità, e per tutti voi sono diventato un povero juròdivyj! Mi volete bene, ma ridete di me!». «E come si potrebbe non volervi bene?» disse a voce alta la padrona di casa, ridendo. C’era molta gente al suo ricevimento, e a un tratto, nel gruppo delle signore, vedo che si alza quella giovane donna per la quale avevo provocato il duello e che fino a poco tempo prima mi ero riservato come fidanzata; ora non mi ero nemmeno accorto che fosse venuta al ricevimento. Si alzò, venne verso di me e mi tese la mano: «Permettetemi di dichiararvi che sono la prima a non ridere di voi ‑ mi disse ‑ anzi, vi ringrazio con le lacrime agli occhi, e vi esprimo tutta la mia stima per quel vostro gesto». A questo punto si avvicinò anche suo marito, poi improvvisamente tutti mi si fecero d’intorno, e per poco non mi baciavano! Mi sentii felice, e più di tutti notai allora, fra quelli che mi circondavano, un signore anziano che conoscevo già di nome, ma col quale non avevo mai fatto amicizia nè avevo mai scambiato una parola prima di quella sera.

 

Il visitatore misterioso.

Prestava servizio in quella città da parecchio tempo e occupava un posto eminente. Era un uomo stimato da tutti, ricco, rinomato per la sua beneficenza; aveva elargito un capitale notevole per l’ospizio e per l’orfanotrofio, e inoltre faceva molta carità di nascosto, senza pubblicità, come si scopri più tardi, dopo la sua morte. Aveva circa cinquant’anni, era poco loquace e di aspetto piuttosto severo; si era sposato non più di dieci anni prima, sua moglie era una donna ancora giovane, e avevano tre bambini piccoli. La sera dopo io me ne stavo in casa tranquillo, quand’ecco che a un tratto si apre la porta ed entra questo stesso signore. Bisogna notare che non abitavo più nell’appartamento di prima; appena date le dimissioni, mi ero trasferito in un altro, che avevo preso in affitto da una vecchia signora, vedova di un impiegato, e vi era compreso il servizio. Anzi, questo trasloco era avvenuto solo perchè, lo stesso giorno del duello, avevo rimandato Afanasij al reggimento: mi vergognavo a guardarlo in viso dopo il mio gesto di quella mattina… tanto è proclive a vergognarsi di un’azione anche giustissima un uomo di mondo non preparato a fare il bene! «Io vi ascolto già da parecchi giorni con molto interesse, in casa di questo o di quello ‑ mi disse quel signore ‑ e alla fine mi è venuto il desiderio di conoscervi personalmente, per discorrere con voi un po’ più a fondo. Potete accordarmi questo grande favore, egregio signore?». «Col massimo piacere ‑ risposi anzi, lo considero un onore particolare». Gli dissi così, ma quasi quasi ero spaventato, tanto mi aveva colpito quest’uomo fin dalla prima volta. Perchè, sebbene mi ascoltassero con interesse, nessuno mi si era ancora avvicinato così intimamente e con un aspetto così serio e austero. Per di più, lui era venuto personalmente fino in casa mia. Si mise a sedere. «Vedo che avete una gran forza di carattere ‑ continuò ‑ poichè non avete avuto paura di servire la causa della verità in una faccenda nella quale rischiavate, per la vostra lealtà, di dover sopportare il disprezzo di tutti». «Forse le vostre lodi sono eccessive», gli dissi. «No, non sono eccessive ‑ mi rispose ‑ credetemi, compiere un’azione simile è molto più difficile di quanto pensiate. Io, veramente, sono rimasto colpito solo da questo, ed è appunto per questo che sono venuto da voi. Se la mia curiosità, forse troppo indiscreta, non vi dispiace, descrivetemi quello che avete provato nel momento preciso in cui, durante il duello, decideste di chiedere perdono, sempre che ve ne ricordiate, s’intende. Non attribuite questa domanda a frivolezza da parte mia; al contrario, nel farvela ho un mio scopo segreto, che probabilmente vi rivelerò in seguito, se Dio vorrà avvicinarci ancora di più l’uno all’altro». Mentre diceva tutto questo, io lo guardavo negli occhi, e improvvisamente sentii di avere una grandissima fiducia in lui; inoltre, anche da parte mia c’era una curiosità straordinaria, perchè intuivo che aveva nell’anima un segreto suo particolare. «Voi mi domandate che cosa provassi nel preciso momento in cui chiedevo perdono al mio avversario ‑ gli risposi ‑ ma io, invece, comincerò dal principio, e vi racconterò quello che non ho ancora raccontato a nessuno». E gli raccontai tutto quello che era accaduto fra me e Afanasij, anche del fatto che mi ero inginocchiato davanti a lui. «Ora potete vedere anche voi ‑ conclusi ‑ che al momento del duello mi sentivo già più leggero, perchè avevo cominciato in casa, e una volta avviato su questa strada tutto il resto fu non solo una cosa facile, ma anche bella e allegra». Mi ascoltò fino in fondo, e mi guardava con un’espressione cordiale. «Tutto questo è enormemente interessante ‑ disse e io tornerò ancora spesso da voi ». Infatti, da allora comincia a venire in casa mia quasi tutte le sere. E saremmo diventati grandi amici, se lui mi avesse parlato anche di sè. Ma di sè non diceva quasi nulla, interrogava sempre me. Nonostante questo, mi affezionai molto a lui e gli confidai tutti i miei sentimenti, perchè pensavo: «Che bisogno ho di conoscere i suoi segreti? Anche così vedo bene che è un uomo giusto. Inoltre, è una persona seria, è più vecchio di me, eppure viene a trovare un ragazzo come me e non disdegna la mia compagnia». Imparai da lui molte cose utili, perchè era un uomo di grande intelligenza. «Che la vita sia un paradiso ‑ mi disse una sera, di punto in bianco ‑ lo penso anch’io da un pezzo». E subito, d’impeto, aggiunse: «Non faccio che pensare a questo». Mi guarda e sorride. «Io ne sono più convinto di voi ‑ mi dice – poi saprete perchè». L’ascolto e penso: «Certamente vuol rivelarmi qualcosa». «Il paradiso ‑ continua ‑ è nascosto dentro ognuno di noi. Ecco, ora è qui nascosto anche dentro di me e, se voglio, domani stesso per me comincerà realmente e durerà tutta la mia vita». L’osservo: parla in tono commosso e mi guarda con una espressione misteriosa, come se mi chiedesse qualcosa. «Quanto al fatto che ogni uomo è colpevole di tutto e per tutti, oltre che dei suoi propri peccati, il vostro ragionamento è giustissimo, ed è commovente che abbiate potuto abbracciare di colpo e così pienamente questo concetto. È verissimo anche che, quando gli uomini comprenderanno questo concetto, il regno celeste non sarà più un sogno, ma comincerà realmente». «Ma quando si avvererà? ‑ esclamai a questo punto in tono amaro. ‑ Si avvererà mai? Non sarà solo un sogno?». «Ecco che voi non avete fede, predicate agli altri e voi stesso non ci credete! ‑ mi risponde. ‑ Sappiate che questo sogno, come dite voi, si avvererà senza dubbio, credetemi, ma non ora, perchè ogni fatto ha una sua legge. Questa è una cosa di ordine morale, psicologico. Per rifare un mondo nuovo bisogna che gli uomini, psichicamente, si indirizzino su un’altra strada. Finchè io non diventerò un fratello per tutti, la fratellanza non ci sarà. Nessuna scienza e nessuna specie di interesse insegnerà mai agli uomini ad amministrare senza ingiustizie i loro beni e i loro diritti. Tutto sarà sempre troppo poco, e tutti mormoreranno sempre, si invidieranno l’uno con l’altro, e si stermineranno fra di loro. Voi mi chiedete quando si avvererà. Si avvererà, ma prima deve finire il periodo dell’isolamento umano». «Che isolamento?» domando io. «Quello che ora regna dappertutto, e nel nostro secolo più che mai, perchè ancora non è finito, ancora non è venuto il suo termine. Ora ognuno tende a separare la propria persona dagli altri più che può, ognuno vuol sentire in se stesso, da solo, la pienezza della vita, ma intanto, invece di questa pienezza, il risultato di tutti i suoi sforzi è un completo suicidio, perchè, invece di arrivare a determinare la propria personalità in modo perfetto, si cade nell’isolamento assoluto. Nel nostro secolo, infatti, gli uomini si sono tutti divisi in tante singole unità, ognuno si ficca nel proprio buco da solo, si allontana dagli altri, si nasconde e nasconde quello che ha, e così va a finire che respinge lontano da sè gli altri uomini e viene a sua volta respinto, sempre per colpa sua. Accumula ricchezze in solitudine e pensa: ‘Come sono forte ora, come sono al sicuro!’ E non sa, questa sciocco, che quanto più accumula, tanto più affonda in una impotenza che è autodistruttiva. Perchè si è abituato a sperare solo in se stesso, e si è staccato dal tutto isolandosi, ha abituato là sua anima a non credere nella solidarietà umana, negli uomini e nell’umanità, e trema soltanto all’idea di perdere il suo denaro e i diritti acquistati con esso. Dappertutto, oggi, l’intelligenza umana sta diventando ridicolmente incapace di comprendere che la vera sicurezza dell’individuo non consiste nello sforzo individuale e isolato, ma nell’unione di tutti gli uomini. Però verrà certamente la fine anche di questo spaventoso isolamento, e tutti capiranno di colpo quanto fosse innaturale questo loro allontanarsi l’uno dall’altro. Allora sarà questa la tendenza del tempo, e si meraviglieranno di essere rimasti tanto a lungo nelle tenebre, senza vedere la luce. E sarà allora che apparirà nel cielo il segno del Figlio dell’Uomo …. Ma fino a quel giorno bisogna custodire lo stesso la bandiera, e l’uomo, anche da solo, deve dare l’esempio e trarre l’anima sua dall’isolamento per quest’opera di unione fraterna, magari a costo di passare per un povero jurddivyj. Questo perchè non muoia una grande idea…». Ecco, le nostre serate passavano così, una dietro l’altra, in queste conversazioni appassionate, entusiasmanti. Io avevo perfino disertato la società e andavo in visita molto più raramente, a parte il fatto che cominciavo a passare di moda. Non lo dico per biasimarli, perchè continuavano a volermi bene e ad accogliermi festosamente; ma bisogna proprio riconoscere che nel mondo la moda è realmente una grande sovrana. Quanto al mio visitatore misterioso, alla fine ne ero davvero incantato, perchè, oltre al godimento che mi procurava la sua intelligenza, sentivo che dentro di sè aveva un piano, e che forse si preparava a una grande e bella azione. Forse gli faceva piacere anche che io non mostrassi nessuna curiosità di conoscere il suo segreto, che non cercassi, nè direttamente, nè indirettamente, di interrogarlo. Ma finalmente mi accorsi che anche lui, ormai, sembrava come tormentato dal desiderio di rivelarmi qualcosa. Per lo meno, questo suo stato d’animo diventò molto evidente circa un mese dopo che aveva cominciato a farmi visita. «Sapete ‑ mi disse un giorno ‑ che in città sono molto curiosi a proposito di noi due, e si meravigliano che io venga da voi cosi spesso? Facciano pure, presto tutto sarà chiarito». A volte lo assaliva all’improvviso un’agitazione straordinaria, e in questi casi quasi sempre si alzava e se ne andava. Altre volte, invece, mi guardava a lungo, come se volesse penetrarmi dentro, e io pensavo: «Ora mi dice qualcosa», ma lui smetteva subito e cominciava a parlare di argomenti già noti e abituali. Cominciò anche a lamentarsi spesso per il mal di testa. Ed ecco che un giorno, quando meno me l’aspettavo, dopo che ebbe parlato a lungo con tono appassionato, lo vidi impallidire di colpo, il suo viso si alterò completamente, e intanto mi guardava fisso.

‑ Che avete? ‑ gli dico. ‑ Vi sentite male?

Si era appunto lagnato di avere il mal di testa.

‑ Io… sapete… io… ho ucciso.

Lo disse e poi sorrise, era bianco come un cencio. «Perchè sorride?»: questo pensiero mi attraversò il cuore come un lampo, prima ancora di qualsiasi altra riflessione. Diventai pallido anch’io.

‑ Che dite? ‑ gridai:

‑ Vedete ‑ rispose lui, sempre con quel suo pallido sorriso ‑ quanto mi è costato dire la prima parola: Ora l’ho detta, e a quel che sembra mi sono messo sulla buona strada. Andrò avanti.

Continuai per un pezzo a non credergli, nè mi convinsi in una volta sola, ma soltanto dopo che fu ritornato da me altri tre giorni di seguito e mi ebbe raccontato tutto per filo e per segno. Lo avevo preso per pazzo, ma dovetti finire per credergli, naturalmente con grande dolore e meraviglia. Aveva commesso un orribile delitto quattordici anni prima: aveva ucciso una giovane e bella signora, vedova di un proprietario terriero e ricca, che possedeva in quella città una casa dove abitava solo quando era di passaggio. Era stato preso da un grande amore per lei, le aveva fatto la dichiarazione e cercava di persuaderla a sposarlo. Lei però aveva già dato il suo cuore a un altro, un distinto ufficiale di grado elevato, che in quel tempo era in guerra, ma doveva tornare presto. Rifiutò dunque la sua proposta e lo pregò di non andare più da lei. Dopo che ebbe cessato di farle visita, una notte, conoscendo la disposizione della casa, vi penetró dal giardino e poi attraverso il tetto con grande audacia, a rischio di essere scoperto. Ma, come accade molto spesso, i delitti che si commettono con un’audacia fuori del comune sono anche quelli che riescono più facilmente. Calatosi nella soffitta attraverso un abbaino, scese nelle stanze di abitazione per una scaletta, sapendo che la porta in fondo a questa scala non sempre veniva chiusa a chiave, per negligenza dei domestici. Aveva contato su tale inavvertenza anche questa volta, e per l’appunto la trovò aperta. Penetrato così nelle stanze di abitazione, arrivò al buio fino alla camera di lei, dove ardeva una lampada. Come a farlo apposta, le due cameriere erano uscite zitte zitte, senza chiedere il permesso, per andare da certi vicini, che abitavano nella stessa strada e che festeggiavano un onomastico. Gli altri domestici dormivano al piano di sotto, nelle stanze della servitù e in cucina. Alla vista della dormiente, la passione avvampò dentro di lui, poi un furore geloso e vendicativo gli invase il cuore e, fuori di sè, come ubriaco, si avvicinò al letto e le piantò un coltello proprio nel cuore, tanto che la donna non gridò nemmeno. Dopo di che, con un calcolo infernale e delittuoso, fece in modo che fossero sospettati i servitori: non ebbe ripugnanza a prendere la sua borsetta; apri, con le chiavi che trovò sotto il cuscino, il cassettone e si impadronì di alcune cose proprio come avrebbe fatto un servo ignorante, cioè lasciò i titoli e prese il denaro liquido, poi prese gli oggetti d’oro più grossi e trascurò quelli più piccoli, ma dieci volte più preziosi degli altri. Prese anche qualche altra cosa per ricordo, ma di questo parlerò dopo. Quando ebbe compiuto questo orribile misfatto, uscì per la stessa strada per cui era entrato. Nè il giorno seguente, quando il delitto fu scoperto, nè mai in seguito, durante tutta la sua vita, venne in mente a nessuno di sospettare del vero assassino! Del resto, anche del suo amore per lei non lo sapeva nessuno, perchè egli era sempre stato di carattere chiuso e taciturno e non aveva un amico al quale aprire il suo cuore. Lo consideravano un semplice conoscente dell’uccisa, e nemmeno un conoscente tanto intimo, giacchè nelle ultime due settimane non le aveva neppure fatto visita. Sospettarono, invece, subito di un servo della gleba, Pètr, e per l’appunto tutte le circostanze concorsero a rafforzare tale sospetto, perchè questo servo sapeva che la morta, nè lei lo nascondeva, aveva intenzione di mandarlo soldato, includendolo fra le reclute che doveva fornire dalle sue terre, dato che era solo e per di più teneva una condotta pessima. All’osteria, ubriaco e in un momento d’ira, lo avevano sentito minacciare di ucciderla. Due giorni prima della morte di lei, era scappato e si era nascosto in città, non si sa dove. E il giorno dopo l’assassinio lo trovarono su una strada alle porte della città, ubriaco fradicio, con un coltello in tasca e col palmo della mano destra macchiato di sangue. Lui sosteneva che gli era uscito dal naso, ma non gli credettero. Le cameriere, poi, confessarono di essere state alla festa e di aver lasciata aperta la porta d’ingresso fino al loro ritorno. E sortirono fuori molti altri indizi di questo genere, per cui il servo innocente fu arrestato. Lo misero in prigione e iniziarono l’istruttoria, ma, per l’appunto, una settimana dopo l’accusato si ammalò di febbre cerebrale e mori all’ospedale senza riprendere conoscenza. E con ciò la faccenda finì; la rimisero nelle mani di Dio, e tutti, giudici, autorità, pubblico, restarono con la convinzione che il

delitto lo avesse commesso il servo morto e nessun altro. Ma allora cominciò il castigo. Il mio misterioso ospite, e ormai anche amico, mi confessò che da principio non aveva sofferto affatto per il rimorso. Aveva sofferto a lungo, sì, ma non per questo, soltanto per il rammarico di aver ucciso la donna amata, cioè perchè lei non c’era più, e perchè uccidendo lei aveva ucciso anche il suo amore, mentre il fuoco della passione gli era rimasto nel sangue. Ma al fatto di aver versato del sangue innocente, di aver assassinato una creatura umana, quasi quasi non ci pensava neppure. L’idea, poi, che la sua vittima avrebbe potuto diventare la moglie di un altro gli sembrava assurda, e perciò per molto tempo rimase convinto dentro di sè che non avrebbe potuto agire diversamente. Da principio lo fece soffrire un po’ l’arresto del servo, ma la rapida malattia e poi la morte dell’accusato lo tranquillizzarono, perchè era evidentissimo (così ragionava lui allora) che era morto non in seguito all’arresto o per colpa dello spavento, ma per il malanno che si era preso nei giorni della fuga, quando, ubriaco fradicio, aveva dormito una notte intera sulla terra umida. Anche i soldi e gli oggetti rubati lo turbavano poco, perchè questo furto (era sempre lui che ragionava così) era stato commesso non per interesse, ma per deviare i sospetti. La somma complessiva rubata, poi, era insignificante, e la donò quasi subito all’ospizio che era stato eretto nella nostra città, aggiungendovi anzi molto di più. Lo fece apposta, per tranquillizzare la sua coscienza riguardo al furto, ed è interessante notare che per un certo tempo, anzi per parecchio tempo, si sentì davvero tranquillo, me lo diceva lui stesso. Si immerse, quindi, in un intenso lavoro d’ufficio, chiese lui stesso un incarico difficile e gravoso che lo assorbì per due anni, ed essendo un uomo di carattere forte, riuscì quasi a dimenticare l’accaduto; quando poi se ne ricordava, si sforzava di non pensarci affatto. Si dette anche alla beneficenza; nella sua città prese molte iniziative e donò molto denaro, si fece notare anche nelle due capitali, e tanto a Mosca che a Pietroburgo fu nominato membro di diverse società benefiche. Finalmente, però, cominciò a diventare pensieroso e a provare una sofferenza che era superiore alle sue forze. A questo punto incontrò una bella e saggia fanciulla che gli piacque molto, e la sposò ben presto, sperando di scacciare col matrimonio la sua angoscia e il senso di solitudine, e di allontanare per sempre i vecchi ricordi mettendosi su questa nuova strada e compiendo con fervore tutti i suoi doveri verso la moglie e i figli. Ma gli accadde proprio il contrario di quello che si era aspettato. Fin dal primo mese di matrimonio cominciò a tormentarlo un’idea fissa: «Ecco, mia moglie mi ama, ma se venisse a saperlo?…». Quando sua moglie rimase incinta del primo bambino e glielo confidò, subito si turbò: «Do la vita, io che l’ho tolta!». Vennero i figli: «Come avrà il coraggio di amarli, di educarli, di istruirli, come farà a parlare loro della virtù, io che ho versato del sangue!». I figli crescevano belli, gli veniva voglia di accarezzarli: «Ma io non posso guardare i loro volti innocenti e sereni, io non ne sono degno!». Infine cominciò ad avere la visione minacciosa e amara del sangue della sua vittima, di quella giovane vita stroncata, e quel sangue gridava vendetta. Faceva sogni spaventosi. Però, avendo un cuore saldo, sopportò a lungo questo tormento, e pensava: «Riscatterò tutto con questa mia sofferenza segreta». Ma anche questa fu una speranza vana: quanto più andava avanti, tanto più acuta diventava la sua sofferenza. In società, a causa della sua attività benefica, presero a stimarlo molto, sebbene tutti fossero intimiditi dal suo carattere rigido e cupo, ma più lo stimavano e più lui diventava insofferente. Mi confessò che aveva pensato al suicidio. Invece gli venne un’altra speranza, una speranza confusa, che da principio gli sembrò assurda e pazzesca, ma che alla fine si abbarbicò talmente al suo cuore da non poterla strappare più via. Ecco qual era questo sogno: alzarsi, mettersi davanti alla gente, e confessare pubblicamente che aveva ucciso. Per tre anni visse con questo sogno, che gli si presentava sempre sotto aspetti diversi. Finalmente si convinse con tutto il cuore che, confessando il delitto, avrebbe sicuramente guarito la sua anima e avrebbe riavuto la pace una volta per sempre. Ma, appena se ne fu convinto, sentì dentro di sè una grande paura: come fare, in pratica? Fu a questo punto che capitò l’incidente del mio duello. «Ora, vedendo voi, mi son deciso». Lo guardai.

‑ È possibile ‑ esclamai battendo le mani ‑ che un fatto così insignificante abbia provocato in voi una risoluzione simile?

‑ La mia risoluzione maturava da tre anni ‑ mi rispose; ‑ il vostro caso mi ha dato solo l’ultima spinta. Guardando voi, ho rimproverato me stesso e vi ho invidiato ‑ concluse, e me lo disse in tono addirittura rude.

‑ Ma non vi crederanno ‑ osservai ‑ sono passati quattordici anni!

‑ Ho le prove, delle prove importanti. Le mostrerò.

Allora mi misi a piangere e lo baciai.

‑ Risolvetemi solo un dubbio, uno solo! ‑ mi disse (come se tutto ormai dipendesse da me). ‑ Mia moglie, i miei figli!… Mia moglie forse morirà di dolore, e i miei figli, anche se non perderanno il titolo nobiliare e i beni, saranno però i figli di un forzato, e per sempre. E quale ricordo di me lascerò nei loro cuori, ditemi, quale?

Io tacevo.

‑ Devo dunque separarmi da loro, abbandonarli per sempre? Perchè sarà per sempre, voi lo capite, per sempre!

Io continuavo a restare seduto, zitto, e mormoravo tra me una preghiera. Alla fine mi alzai, mi sentivo una gran paura.

‑ Ebbene? ‑ e mi guardava.

‑ Andate ‑ dissi ‑ confessate. Tutto passa, solo la verità rimane. I vostri figli, quando saranno cresciuti, capiranno quanta grandezza d’animo ci fosse nella vostra risoluzione.

Allora se ne andò, come se fosse proprio deciso. Invece, per più di due settimane continuò a venire da me tutte le sere: si preparava sempre a farlo, e non riusciva mai a decidersi. Mi sentivo il cuore spossato. A volte veniva da me pieno di fermezza e mi diceva in tono commosso:

‑ Io so che, appena avrò confessato, per me comincerà il paradiso, comincerà subito. Per quattordici anni sono stato nell’inferno. Io voglio soffrire. Accetterò la mia sofferenza e comincerò a vivere. Con la menzogna si può girare tutto il mondo, ma non si può tornare indietro. Ora non solo non ho il coraggio di amare il mio prossimo, ma neanche i miei figli. Signore, forse i miei figli capiranno quanto mi sia costata questa sofferenza, e non mi condanneranno! Il Signore non è nella forza, ma nella verità.

‑ Tutti capiranno il vostro gesto ‑ gli dicevo io. ‑ Se non lo capiranno subito, lo capiranno più tardi, perchè avrete servito la verità, la verità suprema, non quella terrena ….

Lui se ne andava quasi consolato. Ma il giorno dopo ritor­nava daccapo, irritato, pallido, e mi diceva in tono beffardo:

‑ Ogni volta che entro in questa stanza, mi guardate con un’aria incuriosita, come per dire: «Non hai confessato anco­ra?». Aspettate, non mi disprezzate troppo. Non è poi così fa­cile come sembra a voi. Può anche darsi che non ne faccia nulla. Non andrete mica a denunziarmi, no?

Io, invece, non solo non lo guardavo con aria incuriosita, che sarebbe stata una cosa sciocca, ma avevo paura persino a guar­darlo di sfuggita. Ero spossato fino a sentirmi male, e la mia ani­ma era colma di pianto. Avevo perduto anche il sonno.

‑ Ho lasciato ora mia moglie ‑ continuava lui. ‑ Lo ca­pite voi che cos’è una moglie? I bambini, quando sono uscito, mi hanno gridato: «Arrivederci, babbo, torna presto, vieni a leggerci la lettura dei ragazzi». No, voi questo non lo ca­pite! La disgrazia altrui non aguzza l’ingegno.

Gli scintillarono gli occhi, le sue labbra cominciarono a tre­mare. Ad un tratto dette un gran pugno sulla tavola, tanto che gli oggetti che c’erano sopra fecero un salto, lui, un uomo così calmo! Era la prima volta che gli accadeva.

‑ Ma è poi necessario? ‑ esclamò. – E’necessario? Nessu­no è stato condannato, nessuno è andato in galera per colpa mia, e quel servo è morto di malattia! Per il sangue che ho versato sono stato punito con tutti questi tormenti. E poi non mi cre­deranno, non crederanno a nessuna delle mie prove. Bisogna proprio che confessi, è proprio necessario? Per quel sangue sono pronto a soffrire ancora tutta la vita, purchè non siano colpiti mia moglie e i miei figli. E sarà poi giusto rovinare anche loro con me? Non ci stiamo forse sbagliando? Dov’è in questo caso la verità? E la riconosceranno gli uomini questa verità, l’ap­prezzeranno, la rispetteranno?

«Signore! ‑ dissi fra me. ‑ È alla stima degli uomini che pensa in un momento simile!». E allora mi fece tanta pietà che avrei diviso la sua sorte con lui, mi sembrava, pur di allegge­rirlo. Vedevo che era come in delirio. Mi spaventai, perchè compresi non più con l’intelligenza sola, ma con tutta l’anima, quanto costasse una risoluzione simile.

‑ Decidete la mia sorte! ‑ esclamò lui di nuovo.

‑ Andate e confessate ‑ gli sussurrai. Mi mancava la voce, ma glielo dissi in tono fermo. Presi sulla tavola il Vangelo, nella traduzione russa, e gli mostrai il versetto 24, capitolo XII, di Giovanni:

«In verità, in verità vi dico, se il chicco di grano caduto nel­la terra non muore, rimarrà solo, ma se muore, allora produrrà gran frutto». Avevo riletto questo versetto poco prima che lui arrivasse.

Lo lesse. ‑ È vero ‑ disse, ma sorrise amaramente. Poi, dopo una pausa: ‑ Si, è davvero spaventoso quello che si può trovare in questi libri! Metterli sotto il naso è una cosa facile …. E chi li ha scritti? È possibile che siano stati degli uomini?

‑ Li ha scritti lo Spirito Santo ‑ risposi.

‑ A chiacchierare siete bravo ‑ e sorrise di nuovo, ma questa volta quasi con un’espressione di odio. Ripresi il libro, lo riaprii in un altro punto e gli mostrai la Lettera agli Ebrei, capitolo X, versetto 31. Lo lesse:

«È cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente».

Appena ebbe letto, gettò via il libro. Cominciò perfino a tremare.

‑ È un versetto spaventoso! ‑ esclamò. ‑ Non c’è che dire, avete scelto bene! ‑ Si alzò. ‑ Ebbene, addio, forse non verrò più… ci rivedremo in Paradiso. Dunque, da quattordici anni ero caduto «nelle mani del Dio vivente», ecco come si chiamano allora questi quattordici anni!… Domani supplicherò queste mani di lasciarmi andare ….

Volevo quasi abbracciarlo e baciarlo, ma non ne ebbi il corag­gio, tanto era alterato il suo viso e penoso il suo sguardo. Se ne andò. «Signore! ‑ pensai. ‑ Dove va quest’uomo?». Allora mi gettai in ginocchio davanti all’immagine e piansi per lui, invo­cando Maria Santissima, pronta ausiliatrice e mediatrice. Era già una mezz’ora che pregavo piangendo, si era fatto tardi, do­veva essere quasi mezzanotte. A un tratto vedo che la porta si apre, e lui entra di nuovo nella mia stanza. Rimasi stupito.

‑ Dove siete stato? ‑ gli chiesi.

‑ Io… credo di aver dimenticato qualcosa… ‑ disse – forse il fazzoletto …. Be’, anche se non ho dimenticato nulla, lasciatemi sedere ….

Si sedette su una sedia. Io ero in piedi davanti a lui. ‑ Sedete anche voi ‑. disse. Mi misi a sedere. Restammo seduti così per un paio di minuti, lui mi guardava fisso, e a un tratto sorrise, l’ho tenuto a mente. Poi si alzò, mi abbracciò forte e mi baciò ….

‑ Ricordati che sono ritornato ‑ mi disse. ‑ Ricordatelo, capisci!

Era la prima volta che mi dava del tu. E se ne andò. «Domani lo farà», pensai. E così fu. Io non sapevo, quella sera, che il giorno dopo, per l’appunto, era il suo compleanno. Gli ultimi giorni non ero andato in nessun posto, e quindi nessuno me l’aveva detto. Tutti gli anni, a quella data, c’era un grande ricevimento in casa sua, ci andava tutta la città. Ci andarono anche questa volta. Ed ecco che, dopo il pranzo, si mise in mezzo alla sala con in mano alcuni fogli: era la confessione formale indirizzata ai suoi superiori. E siccome i suoi superiori erano lì presenti, lesse il documento ad alta voce, davanti a tutti gli invitati: esso conteneva la descrizione completa del delitto, con tutti i suoi particolari. «Sono un mostro, e perciò mi escludo dal consorzio umano. Dio mi ha visitato, voglio soffrire!» concludeva il documento. A questo punto tirò fuori e mise sulla tavola tutto ciò che egli pensava fosse la prova del suo delitto e che aveva conservato per quattordici anni: gli oggetti d’oro dell’uccisa, che aveva sottratto per deviare i sospetti, il medaglione e la croce che le aveva tolto dal collo, e nel medaglione il ritratto del suo fidanzato, poi il suo taccuino, e infine due lettere. La prima lettera era del fidanzato, con la notizia del suo prossimo arrivo, l’altra era la risposta che lei aveva cominciato, ma non finito, e che aveva lasciata sul tavolino per mandarla alla posta il giorno dopo. Aveva sottratto quelle due lettere, ma a che scopo? E perchè le aveva conservate per quattordici anni, invece di distruggerle come prove a suo carico? Ebbene, ecco che cosa successe: tutti rimasero sorpresi e spaventati, e nessuno gli volle credere, benchè lo avessero ascoltato con una curiosità straordinaria. Ma lo avevano ascoltato come si ascolta un malato, e pochi giorni dopo in tutte le case era già stato deciso e stabilito che il pover’uomo aveva perso la ragione. I suoi superiori e la giustizia non potevano non dar corso alla faccenda, ma anche loro si fermarono presto: sebbene le lettere e gli oggetti esibiti dessero da pensare, però fu stabilito che, anche se queste prove fossero risultate autentiche, tuttavia in base ad esse soltanto non si sarebbe potuto formulare un’accusa decisiva. E poi, poteva aver ricevuto tutte quelle cose da lei stessa in consegna, dato che era un suo conoscente. Seppi del resto che l’autenticità degli oggetti era stata poi verificata attraverso molti amici e parenti dell’uccisa, e che su questo non c’erano più dubbi. Ma era destino che questa faccenda non arrivasse a una conclusione. Quattro o cinque giorni dopo, tutti seppero che l’infelice si era ammalato e che si temeva per la sua vita. Che malattia avesse, non ve lo so spiegare: dicevano che fosse un disordine cardiaco, ma si venne a sapere che i medici chiamati a consulto avevano esaminato anche il suo stato mentale, su richiesta insistente della moglie, e avevano concluso per l’esistenza della pazzia. Io non rivelai nulla, benchè mi tempestassero di domande, ma quando espressi il desiderio di fargli visita, me lo proibirono per parecchio tempo, specialmente sua moglie: «Siete stato voi a sconvolgerlo ‑ mi disse. ‑ Anche prima era triste, e in quest’ultimo anno tutti avevano notato che era molto inquieto e che faceva delle stranezze, ma poi siete arrivato voi e l’avete rovinato, da un mese intero non vi lasciava mai». E non solo sua moglie, ma tutti in città mi si scagliarono contro e mi accusarono: «Siete stato voi», dicevano. Io tacevo, ma in cuor mio ero contento, perchè vedevo in tutto questo una indubbia prova di clemenza divina verso un uomo che si era rivoltato contro se stesso e si era punito da sè. Quanto alla sua follia, non ci potevo credere. Finalmente permisero anche a me di vederlo, lo aveva chiesto lui insistentemente, voleva dirmi addio. Entrai nella sua stanza, e subito vidi che non solo i suoi giorni, ma anche le sue ore erano contate. Era debole, giallo, gli tremavano le mani e ansimava, ma mi guardava con un’espressione commossa e felice.

‑ È fatto! ‑ mi disse. ‑ Avevo bisogno di vederti, perchè non venivi?

Io non gli dissi che me lo avevano proibito.

‑ Dio ha avuto pietà di me e mi chiama a sè. So che sto morendo, ma per la prima volta dopo tanti anni ho ritrovato la pace e la felicità. Subito, appena ho fatto quello che dovevo fare, ho sentito nell’anima mia il paradiso. Ora finalmente ho il coraggio di amare i miei figli e di baciarli. Non mi credono, nessuno mi ha creduto, nè mia moglie, nè i miei giudici; non lo crederanno mai neanche i miei figli. Vedo in questo una prova di misericordia divina verso i miei figli. Io morirò, ma il mio nome sarà sempre senza macchia per loro. E adesso ho il presentimento di Dio, il mio cuore gioisce come in paradiso… ho compiuto il mio dovere ….

Non poteva più parlare, ansimava, mi stringeva la mano febbrilmente e mi guardava con occhi accesi. Ma non potemmo discorrere a lungo, sua moglie ci osservava di continuo. Tuttavia gli riuscì di sussurrarmi:

‑ Ti rammenti di quando sono ritornato da te un’altra volta, a mezzanotte, e ti ho detto anche di ricordartene? Sai perchè ero ritornato? Ero venuto per ucciderti!

Io sussultai.

‑ Quando uscii di casa tua, girovagai per le strade buie; lottavo contro me stesso. E a un tratto ti odiai talmente, che il mio cuore quasi non resse più. «Ora, pensai, lui mi ha imbrigliato, lui solo, ed è il mio giudice; non posso più sottrarmi al mio castigo, domani, perchè lui sa tutto. Non che avessi paura di una tua denunzia (non ci pensavo nemmeno), ma mi dicevo: «Come farò a guardarlo in viso, se non confesso?». Anche se tu fossi stato a mille miglia di distanza, ma vivo, sarebbe stata la stessa cosa; per me era intollerabile il pensiero che tu fossi vivo, che tu sapessi tutto e mi giudicassi. Ti odiavo come se tu fossi stato la causa di tutto e il colpevole di tutto. Allora ritornai da te, mi ricordo che sul tua tavolino c’era un pugnale. Mi sedetti e pregai anche te di sedere, e per un minuta intero riflettei. Se ti avessi ucciso, mi sarei perduto ugualmente per questo omicidio, anche senza confessare il mio delitto precedente. Ma a questo non pensavo affatto, e non ci volevo pensare, in quel momento. Sapevo solo di odiarti, e desideravo con tutte le mie forze di vendicarmi di tutto su di te. Ma il mio Dio sconfisse il diavolo che era dentro il mio cuore. Sappi parò che mai sei stato più vicino alla morte di allora.

Dopo una settimana morì. Tutta la città accompagno la sua bara fino alla tomba. L’arciprete fece un discorso sentito. Deploravano la terribile malattia che aveva trincato i suoi giorni. Ma, quando l’ebbero sepolto, tutta la città insorse contro di me e smisero perfino di ricevermi. A dire la verità, alcuni, da principio pochi, poi sempre di più, cominciarono a credere che le sue dichiarazioni fossero vere, e cominciarono anche a farmi parecchie visite e ad interrogarmi con molta curiosità e con piacere, perchè all’uomo fa piacere la caduta del giusto e la sua vergogna. Ma io non parlai, e presto lasciai la città definitivamente; cinque mesi più tardi il Signore Iddio mi giudicò degno di iniziare un cammino sicuro e glorioso, e benedissi il dito invisibile che mi aveva indicato così chiaramente questo cammino. Quanto a Michail, sventurato servo del Signore, io l’ho ricordato nelle mie preghiere ogni giorno, fino ad oggi.

 

Qualcosa intorno al monaco russo e alla sua possibile importanza.

Padri e maestri, che cos’è un monaco? Fra la gente istruita, ai nostri giorni, questa parola viene pronunziata in tono di scherno, o addirittura come un’ingiuria. E più si va avanti, peggio è. Sì, è vero, purtroppo, è vero, anche fra i monaci ci sono molti fannulloni, molti sensuali e lussuriosi, molti vagabondi insolenti. È di questi che parlano le persone istruite e di mondo: «Voi ‑ dicono ‑siete dei pigri, siete membri inutili della società, vivete del lavori altrui, siete dei mendicanti senza vergogna». Eppure ci sono tanti monaci umili e mansueti, assetati di solitudine, di silenzio e di fervida preghiera! Ma di questi la gente parla meno, magari non ne parla affatto, e quante persone si meraviglierebbero se dicessi loro che da questi uomini mansueti, assetati di solitudine e di preghiera, verrà forse ancora una volta la salvezza della Russia! Perchè essi davvero si tengono pronti, in silenzio, «per quel giorno e quell’ora, per quel mese e quell’anno». Intanto, nella loro solitudine, conservano in tutta la purezza della verità divina l’immagine di Cristo, intatta e bellissima, ricevuta in consegna dagli antichi padri, dagli apostoli e dai martiri, e quando sarà necessario la mostreranno al mondo, ormai scosso nella sua verità umana. È una grande idea. E sarà dall’Oriente che comincerà a risplendere questa stella.

Ecco cosa penso del monaco. È forse un concetto menzognero? E’ forse presunzione, la mia? Guardate i laici, e tutta questa gente che si è innalzata al di sopra del popolo di Dio: non hanno forse deformato l’immagine di Dio e la Sua verità? Loro hanno la scienza, ma nella scienza c’è soltanto quello che cade sotto i sensi. Il mondo dello spirito, che è la meta superiore dell’essere umano, è stato ripudiato completamente, è stato bandito con un’aria di trionfo, anzi, con un senso di odio. Hanno proclamato la libertà, specialmente negli ultimi tempi, e che cosa vediamo, che cosa c’è nella loro libertà? Schiavitù e autodistruzione, nient’altro! Perchè il mondo dice: «Tu hai dei bisogni, perciò appagali, poichè hai gli stessi diritti degli uomini illustri e ricchi. Non aver paura di appagarli, anzi, moltiplicali». Ecco che cosa insegna oggi il mondo, e in questo vedono la libertà. Ma qual è il risultato di questo diritto di moltiplicare i propri bisogni? Per i ricchi il risultato è l’isolamento e il suicidio morale, per i poveri l’invidia e l’omicidio, perchè i diritti glieli hanno dati, ma i mezzi per appagare questi bisogni non glieli hanno ancora indicati. Sostengono che il mondo, andando avanti, si unirà sempre più, si stringerà in comunione fraterna, perchè abbrevierà le distanze trasmettendo i pensieri attraverso l’aria. Ohimè, non credete a una simile unione degli uomini! Intendendo la libertà come moltiplicazione e rapido appagamento dei loro bisogni, essi deformano la propria natura, perchè si creano molti desideri sciocchi e insensati, e molte abitudini assurde e immaginarie. Così, vivono solo per invidiarsi l’uno con l’altro, per soddisfare la loro sensualità e la loro vanità. Pranzi, viaggi, carrozze, cariche e servitori‑schiavi sono considerati ormai una necessità, per la quale si sacrifica anche la vita, l’onore e l’amore del prossimo, pur di soddisfare questa necessità e, se non possono soddisfarla, magari si uccidono! Per quelli che non sono ricchi vediamo che è la stessa cosa, mentre i poveri per ora affogano l’insoddisfazione e l’invidia nel vino. Ma presto si ubriacheranno di sangue, invece che di vino, perchè è a questo che li porteranno. Io vi domando: è libero un uomo simile? Ho conosciuto una volta uno di questi «combattenti per l’idea», il quale mi raccontava che, quando in prigione lo privarono del tabacco, soffriva talmente di questa privazione che per poco non tradì la sua «idea», pur di riavere il tabacco. Eppure quest’uomo diceva: «Io combatto per l’umanità». Ebbene, dove può arrivare un uomo simile, e di che cosa può essere capace? Forse di un’azione rapida, ma non di una lunga resistenza. Non c’è da meravigliarsi se, invece della libertà, hanno trovato la schiavitù, e se, invece di servire la causa della fratellanza umana, e di unirsi, sono caduti nell’isolamento e si sono disuniti, come mi diceva il mio misterioso visitatore e maestro quand’ero giovane. È per questo che nel mondo si va spengendo sempre più l’idea di servire l’umanità, l’idea della fratellanza e dell’unione universale, e questa idea è accolta perfino con scherno: infatti, come può staccarsi dalle sue abitudini, e dove può andare questo prigioniero, ora che si è abituato a soddisfare gli innumerevoli bisogni che egli stesso si è inventato? Ormai è isolato, che gli importa della collettività! E hanno ottenuto questo, che di beni materiali ne hanno accumulati di più, ma la gioia è diminuita.

Tutt’altra cosa è la strada del monaco. Dell’obbedienza, del digiuno e della preghiera si ride, magari, ma intanto questa è la sola strada che porti alla effettiva, vera libertà: io recido via da me i bisogni superflui e non necessari, frusto e domo con l’ubbidienza la mia volontà orgogliosa ed egoista, e ottengo così, con l’aiuto di Dio, la libertà dello spirito, e insieme con essa anche la gioia dello spirito! Chi dei due sarà maggiormente capace di innalzare una grande idea e di servirla, il riccone isolato o quest’uomo liberato dalla tirannia delle cose e delle abitudini? Rimproverano al monaco il suo isolamento: «Ti sei isolato fra le mura del monastero per salvare te stesso, e hai dimenticato la causa della fratellanza umana». Ma vediamo un po’, chi dimostra più zelo per questa causa? Perchè gli isolati non siamo noi, ma loro, e non lo vedono! Dalle nostre file anche nei tempi antichi uscirono uomini che operarono per il popolo, perchè non potrebbero esserci anche oggi? Quegli stessi uomini umili e mansueti, che digiunano e tacciono, si leveranno e andranno a compiere la grande impresa. La salvezza della Russia verrà dal popolo. E il monaco russo è col popolo da sempre. Se il popolo vive nell’isolamento, allora anche noi viviamo nell’isolamento. Il popolo ha un modo di credere in Dio uguale al nostro, e un uomo d’azione che non abbia fede non farà mai niente in Russia, anche se fosse sincero e geniale. Ricordatevi di questo. Il popolo affronterà l’ateo e lo sconfiggerà, e allora sorgerà la Russia una e ortodossa. Abbiate cura del popolo, dunque, e difendete la sua anima. Educatelo nel silenzio. Ecco qual’è la vostra missione di monaci, perchè questo popolo porta Dio nel cuore.

 

Se è possibile che padroni e servi diventino fratelli in ispirito.

Dio mio, dice qualcuno, anche il popolo è peccatore! Anzi, la fiamma della corruzione cresce visibilmente di ora in ora e sale in alto. Anche nel popolo comincia la tendenza all’isolamento: spuntano gli arricchiti e i parassiti, e ormai il mercante è sempre più desideroso di onori, si sforza di sembrare istruito quando di istruzione non ne ha neppure un briciolo, e per questa ragione mostra un disprezzo odioso per le antiche usanze e si vergogna perfino della fede dei suoi padri. Va per le case dei principi, ma non è che un contadino imbastardito. II popolo è marcio per l’alcoolismo, e ormai non sa rinunziare a bere. E come è diventato crudele con la famiglia, con la moglie e perfino con i figli, tutto per colpa dell’alcool! Nelle fabbriche ho visto anche dei bambini di nove anni: erano malaticci, deperiti, curvi, e già depravati. Uno stanzone soffocante, macchine rumorose, un lavoro che dura tutto il santo giorno, parole oscene, e vino, vino! Ma è questo che ci vuole per l’anima di un bambino così piccolo? Il bambino ha bisogno di sole, di giochi infantili, di buoni esempi dappertutto, e almeno di un briciolo d’amore. Questa cosa deve cessare, monaci, devono cessare le torture dei bambini, insorgete e predicate questa parola, ma presto, subito! Tuttavia Dio salverà la Russia, perchè l’uomo dei popolo, anche se è corrotto e non sa più rinunziare al putridume del peccato, capisce che il suo peccato è maledetto da Dio e che, commettendolo, agisce male. Tanto che il nostro popolo crede ancora e sempre nella verità, crede in Dio, e piange sinceramente. Non così le classi più alte. Queste, sulle orme della scienza, vogliono darsi un ordinamento giusto con il solo aiuto della loro ragione, senza Cristo, come una volta, e già hanno proclamato che il delitto non esiste, che il peccato non esiste più. E dal loro punto di vista è giusto; infatti, se non c’è Dio, che delitto ci può essere? In Europa il popolo insorge già contro i ricchi con la violenza, e dappertutto i suoi condottieri lo guidano verso il sangue e gli insegnano che la sua collera è giusta. Ma «la loro collera è maledetta, perchè è crudele». Il Signore, però, salverà la Russia, come l’ha salvata molte altre volte. E la salvezza verrà dal popolo, dalla sua fede e dalla sua umiltà. Padri e maestri, difendete la fede del popolo, perchè questo non è un sogno: mi ha sempre colpito la magnifica e vera dignità del nostro grande popolo; l’ho vista io e posso testimoniare, l’ho vista e mi sono meravigliato, è così, nonostante il putridume dei suoi peccati e il suo aspetto miserabile. Non è servile il nostro popolo, e questo dopo due secoli di schiavitù. Le sue sembianze e i suoi modi sono quelli di un popolo libero, ma senza nessuna offensività. E non è nè vendicativo, nè invidioso. «Tu sei un uomo illustre, sei ricco, intelligente, pieno di talento. E va bene, Dio ti benedica! Io ti rispetto, ma so che sono un uomo anch’io. Rispettandoti senza invidiarti, io ti dimostro la mia dignità di uomo». In verità, se non dicono questo (perchè ancora non lo sanno dire), agiscono però in questo modo, l’ho visto io, l’ho esperimentato e, credetemi, quanto più il russo è povero e di umile condizione, tanto più si nota in lui questa magnifica verità; perchè i popolani arricchiti, nella loro maggioranza, ormai sono corrotti, e questo in grandissima parte è colpa della nostra indolenza e della nostra trascuratezzal Ma Dio salverà i suoi figli, perchè la Russia è grande per la sua umiltà. Io sogno il nostro avvenire, e già mi sembra di vederlo chiaramente: accadrà questo, che anche il più depravato dei nostri ricchi finirà per vergognarsi della sua ricchezza davanti al povero, e il povero, vedendo la sua umiltà, comprenderà e cederà, ricambierà quella nobile vergogna con la gioia e con l’affetto. Credetemi, finirà così: siamo su questa strada. Solo nella dignità dello spirito umano esiste l’uguaglianza, e questo lo capiranno soltanto da noi. Se ci saranno dei fratelli, ci sarà anche la fratellanza, ma prima che ci sia la fratellanza non potranno mai dividersi i loro beni. Custodiamo l’immagine di Cristo, essa risplenderà davanti a tutto il mondo come un diamante prezioso …. E così sia, così sia!

Padri e maestri, una volta mi capitò un caso commovente. Andando in pellegrinaggio, incontrai un giorno nella città di K. il mio antico attendente, Afanasij; erano già passati otto anni da quando mi ero separato da lui. Mi vide per caso al mercato, mi riconobbe, mi corse incontro, e quanto si rallegrò, Dio mio! Mi assalì di domande: «Padrone, signore, siete proprio voi? Vi rivedo davvero?». Mi portò a casa sua. Era stato congedato, si era sposato, e aveva già due bambini piccoli. Campava vendendo qualcosa al mercato con il paniere. Aveva una stanzetta povera, ma pulita e accogliente. Mi fece sedere, preparò il tè, e mandò a chiamare la moglie, sembrava che gli avessi fatto un gran regalo andando a casa sua. Mi portò davanti i suoi bambini: «Benediteli, padre». «Io benedirli? ‑ gli risposi. ‑ Io sono un semplice e umile monaco, ma pregherò Dio per loro. Per te, Afanasij Pàvlovic, l’ho pregato sempre, ogni giorno, fin da quel giorno, perchè tu sei stato la causa di tutto». E gli spiegai la cosa come meglio potevo. Ebbene, continuava a guardarmi e non riusciva a capacitarsi che io, il suo padrone, un ufficiale, stessi ora davanti a lui in quell’aspetto e con quell’abito; si mise perfino a piangere. «Perchè piangi? ‑ gli dissi. ‑ Rallegrati piuttosto di tutto cuore per me, caro e indimenticabile uomo, perchè la mia strada è piena di luce e di gioia». Non parlò molto; continuava a sospirare e a guardarmi commosso, scuotendo la testa. «E le vostre ricchezze?» mi domandò. «Le ho donate al monastero, noi viviamo in comunità», risposi io. Dopo il tè mi alzai per salutarlo, e lui a un tratto tirò fuori mezzo rublo come offerta per il monastero; poi vedo che mi ficca in mano un altro mezzo rublo, svelto svelto: «Questo è per voi ‑ mi dice ‑ siete pellegrino, viaggiate, vi può far comodo, padre». L’accettai, salutai lui e sua moglie, e uscii tutto contento. Per la strada pensavo: «Ecco, ora tutti e due, io mentre cammino, e anche lui a casa sua, credo, sorridiamo e sospiriamo contenti, col cuore pieno di gioia, e ripensiamo, scuotendo la testa, a come Dio ci ha fatti incontrare». Da allora non l’ho rivisto più. Io ero stato il suo padrone e lui era stato il mio servo, ma, ora che ci eravamo baciati affettuosamente e in umiltà di spirito, fra noi si era realizzata una nobile unione. Ho riflettuto molto a questo fatto, e adesso penso: è forse una cosa tanto inconcepibile che questa nobile e semplice unione possa essere realizzata a suo tempo fra tutti i Russi? Io credo che si realizzerà, e credo che quel tempo sia vicino.

A proposito dei servi aggiungerò ancora qualcosa. Prima, da giovane, mi arrabbiavo molto con i domestici: «La cuoca ha servito la roba troppo calda, l’attendente non ha spazzolato il vestito, eccetera». Ma tutt’a un tratto, quell’idea che avevo sentito esprimere dal mio caro fratello quand’ero bambino mi illuminò: «Merito forse che un altro uomo mi serva? Ed è giusto che io lo strapazzi perchè lui è povero e ignorante?». E allora mi meravigliai che le idee più semplici e più chiare si presentino così tardi alla nostra intelligenza. Nel mondo non si può fare a meno dei servi, però comportati in maniera che il tuo servo si senta spiritualmente più libero in casa tua che se non fosse al tuo servizio. E perchè non posso essere il servo del mio servo, in modo anzi che egli lo veda, e senza nessun orgoglio da parte mia, nè diffidenza da parte sua? Perchè non posso considerare il mio servo come un parente, e non posso accoglierlo finalmente con gioia nella mia famiglia? Questo è realizzabile anche oggi, ma in futuro varrà come base per una meravigliosa unione fra gli uomini, quando l’uomo non si cercherà più dei servi, nè vorrà più convertire in servi altri uomini uguali a lui, come fa ora, ma vorrà invece con tutto il cuore diventare lui stes­so il servo di tutti, secondo il Vangelo. È possibile che sia un sogno il credere che l’uomo finirà col trovare la sua gioia solo nelle opere di civiltà e di carità, e non nei piaceri brutali come fa ora, nella gola e nella fornicazione, nell’orgoglio e nella vanità, nella supremazia invidiosa degli uni sugli altri? Io credo fermamente che non sia un sogno, e che quel tempo sia vicino. La gente ride e domanda: ma quando verrà quel tempo e vi sembra proprio che possa mai venire? Io però penso che con l’aiuto di Cristo riusciremo a concludere questa grande opera. Quante idee ci sono state sulla terra, nella storia umana, che solo dieci anni avanti sembravano inconcepibili, e poi appar­vero di colpo, quando giunse misteriosamente la loro ora, e si diffusero in tutto il mondo? Così succederà anche per noi, e il nostro popolo farà luce al mondo, e tutti gli uomini diranno: «La pietra che i costruttori hanno respinta è diventata la pie­tra angolare». Quanto a quelli che ridono, si potrebbe chie­dere loro: se il nostro è un sogno, voi, allora, quando lo costrui­rete il vostro edificio? Quand’è che vi darete un ordinamento giusto col solo aiuto della vostra intelligenza, senza Cristo?

E se diranno che, anzi, loro sono proprio sulla strada dell’unione, è certo che solo i più ingenui di essi possono credere a una cosa simile, e c’è perfino da stupirsi di tanta ingenuità. Davvero hanno più fantasia e più voglia di sognare di noi! Pensano di ordinarsi secondo giustizia, ma una volta respinto Cristo finiranno con l’inondare il mondo di sangue, perchè sangue chiama sangue, e chi sguaina la spada perirà di spada. Se non fosse la promessa di Cristo, si sterminerebbero davvero l’uno con l’altro fino agli ultimi due uomini. E anche gli ultimi due, con la loro superbia, non riuscirebbero a frenarsi, così che l’ultimo sopprimerebbe il penultimo, e poi sopprimerebbe se stesso. È proprio quello che accadrebbe, se non ci fosse la promessa di Cristo di abbreviare quei giorni per amore degli umili e dei mansueti. Quando andavo ancora in società vestito da ufficiale, dopo il mio duello, cominciai a parlare dei servi, e mi ricordo che tutti si meravigliavano delle mie parole: «Dobbiamo dunque mettere il nostro servo a sedere sul divano e servirgli il tè?», mi dissero. Io risposi: «È perchè no, non fosse che una volta ogni tanto?». Allora tutti scoppiarono a ridere. La loro domanda era frivola, e la mia risposta non era chiara, ma penso che ci fosse anche qualcosa di vero.

 

 

Sulla preghiera, sull’amore e sul contatto con altri mondi.

Giovinetto, non dimenticarti di pregare. Nella tua preghiera, se è sincera, balenerà ogni volta un sentimento nuovo, e con esso anche un nuovo pensiero, che tu prima non conoscevi e che ti darà nuovo coraggio; e allora capirai che la preghiera educa. Ricordati anche di questo: ogni giorno, anzi ogni volta che puoi, ripeti dentro di te: «Signore, abbi pietà di tutti quelli che oggi sono comparsi dinanzi a Te». Perchè a ogni ora, a ogni istante, migliaia di uomini finiscono la loro vita su questa terra, e le loro anime si presentano al Signore. E quanti uomini lasciano la terra in completa solitudine, senza che nessuno lo sappia, tristi e angosciati, perchè nessuno li piange e nessuno sa neppure che hanno vissuto! Allora, forse, dall’estremo opposto della terra si leva in quel momento la tua preghiera al Signore per la pace di colui che sta morendo, sebbene tu non l’abbia conosciuto affatto, nè lui abbia conosciuto te. Come si commuoverà la sua anima quando sentirà, nell’attimo in cui sarà giunta davanti a Dio piena di timore, che qualcuno prega anche per lei, che sulla terra è rimasto un essere umano che ama anche lei. E Dio sarà misericordioso con tutti e due; perchè, se tu hai avuto tanta pietà di quell’uomo, quanta più ne avrà Lui, che è infinitamente più misericordioso e più amoroso di te! E gli perdonerà per amor tuo.

Fratelli, non abbiate paura dei peccati degli uomini, amate l’uomo anche col suo peccato, perchè questo riflesso dell’amore divino è appunto il culmine dell’amore sulla terra. Amate tutta la creazione divina, nel suo insieme e in ogni granello di sabbia. Amate ogni foglia, ogni raggio di luce! Amate gli animali, amate le piante, amate tutte le cose! Se amerai tutte le cose, scoprirai in esse il mistero divino. Una volta che lo avrai scoperto, comincerai a conoscerlo sempre meglio, ogni giorno più a fondo. E alla fine amerai tutto l’universo di un amore totale, completo. Amate gli animali: Dio ha dato loro un principio di pensiero e una gioia senza inquietudine. Non li turbate, non li tormentate, non togliete loro la gioia, non andate contro l’intenzione di Dio. Uomo, non ti esaltare al di sopra degli animali: essi sono senza peccato, mentre tu, con tutta la tua  grandezza, insudici la terra al tuo apparire, lasci dietro di te la tua sudicia traccia, e questo, purtroppo, è vero quasi per ognuno di noi! Amate specialmente i bambini, perchè anche loro sono senza peccato, come gli angeli, e vivono per purificare e commuovere i nostri cuori, sono per noi come un monito. Guai a colui che offende un fanciullo! Quanto a me, è stato padre Anfìm che mi ha insegnato ad amare i bambini: nei nostri pellegrinaggi, con i soldini che gli regalavano, quest’uomo caro e silenzioso comprava spesso dei piccoli panpepati e dello zucchero candito per distribuirli ai bambini, e non poteva passare accanto a loro senza commuoversi, è un uomo fatto così.

Certe volte ti sentirai perplesso, specialmente vedendo i peccati degli uomini, e ti chiederai: «Devo ricorrere alla forza oppure all’umiltà e all’amore?». Decidi sempre per l’umiltà e per l’amore. Se prenderai questa decisione una volta per sempre, potrai soggiogare anche tutto il mondo. L’umiltà e l’amore uniti insieme sono una forza formidabile, la più grande forza che ci sia, non ce n’è un’altra uguale. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto osserva te stesso e sorvegliati, bada che la tua figura sia bella. Ecco, sei passato accanto a un bambino, ed eri irritato, pieno di collera, hai detto una brutta parola; tu magari non l’hai neanche notato, quel bambino, ma lui ti ha visto bene, e forse la tua figura, brutta e cattiva, è rimasta impressa nel suo cuoricino indifeso. Tu non lo sai neppure, ma forse hai già gettato in lui un seme maligno, che probabilmente germoglierà, e tutto perchè non sei stato attento, perchè non hai coltivato in te l’amore vigile, l’amore attivo. Fratelli, l’amore è un maestro, ma bisogna saperlo conquistare, perchè lo si conquista difficilmente, lo si paga a caro prezzo, con un lavoro lungo e a lunga scadenza; infatti, bisogna amare non per un attimo solo, casualmente, ma sempre, sino alla fine. Di amare casualmente sono capaci tutti, anche i malvagi. Il mio giovane fratello chiedeva perdono agli uccelli: sembrava un nonsenso, eppure è giusto, perchè tutto, come l’oceano, scorre e comunica; tu tocchi in un punto, e il tuo gesto si ripercuote all’estremità opposta della terra. Sarà forse una follia chiedere perdono agli uccelli, però è certo che gli uccelli, e anche i bambini, e tutti gli animali intorno a te, sarebbero più felici se tu fossi migliore di quello che sei ora, magari solo un po’ migliore. Tutto, vi dico, è come l’oceano. Allora ti metteresti a pregare anche gli uccellini, ti sentiresti struggere in un amore totale, in una specie di estasi, e pregheresti anche loro di perdonarti i tuoi peccati. Tientelo caro questo sentimento di estasi, anche se alla gente può sembrare assurdo.

Amici miei, chiedete a Dio l’allegrezza. Siate gai come i bambini, come gli uccelli del cielo. E nella vostra azione non vi turbino mai i peccati degli uomini, non abbiate paura che sciupino l’opera vostra e vi impediscano di portarla a termine, non dite: «Il peccato è forte, l’empietà è forte, l’ambiente cattivo è forte, mentre noi siamo soli e deboli, l’ambiente ci guasterà e ci impedirà di compiere la nostra nobile opera». Figli miei; guardatevi dallo scoraggiamento! Qui non c’è che un solo mezzo per salvarsi: rendersi responsabili di tutti i peccati umani. È proprio così, amico mio; appena ti sarai reso sinceramente responsabile di tutto e per tutti, vedrai subito che le cose stanno realmente così e che tu sei davvero colpevole di tutto e per tutti. Se, invece, scarichi la tua pigrizia e la tua debolezza addosso agli uomini, finirai con l’inquinarti di superbia satanica e col metterti a mormorare contro Dio. Quanto alla superbia, ecco che cosa ne penso: per noi uomini, qui sulla terra, è difficile anche solo il riconoscerla, perciò cadiamo in errore e ne restiamo inquinati così facilmente, e a volte ci sembra persino di fare qualcosa di bello e di grande! Del resto, fra i sentimenti e gli impulsi più forti della nostra natura, ce ne sono molti che per ora, qui sulla terra, non possiamo comprendere, ma non lasciarti sedurre nemmeno da questa idea, e non pensare che ciò possa servirti di giustificazione in qualche cosa, perchè l’eterno Giudice ti chiederà conto di quello che potevi comprendere, e non di quello che non potevi comprendere; te ne convincerai tu stesso, giacchè allora discernerai tutto esattamente e non farai più obiezioni. In verità, sulla terra noi vaghiamo un po’ a caso e, se non avessimo davanti agli occhi la preziosa immagine di Cristo, ci smarriremmo e ci perderemmo del tutto, come il genere umano prima del diluvio. Molte cose ci sono nascoste sulla terra, ma in cambio ci è stata donata la misteriosa, segreta sensazione del nostro vivo legame con un altro mondo, con un mondo celeste e trascendente, e le radici dei nostri pensieri e sentimenti non sono qui, ma in quei mondi lassù. Ecco perchè i filosofi dicono che qui sulla terra non è possibile afferrare l’essenza delle cose. Dio ha preso le semenze da altri mondi, le ha seminate su questa terra e ha coltivato il Suo giardino; tutto quello che poteva spuntare è spuntato, ma tutto vive ed è vivo unicamente per la sensazione del contatto con quei mondi misteriosi: se dentro di te si indebolisce o si annulla questa sensazione, allora muore in te anche ciò che era stato coltivato. Così diventerai indifferente alla vita e arriverai addirittura a odiarla. Ecco quello che penso.

 

Si può essere giudici dei propri simili? Della fede fino all’ultimo.

Ricordati soprattutto che non puoi essere giudice di nessuno. Perchè sulla terra nessuno può giudicare un delinquente, se prima questo stesso uomo che giudica non abbia riconosciuto di essere anche lui un delinquente come quello che gli sta davanti, e di essere forse proprio lui il primo colpevole del delitto di quel criminale. Quando avrà afferrato quest’idea, allora potrà anche essere giudice. Per quanto assurdo possa sembrare, questa tuttavia è la verità. Perchè, se io fossi giusto, forse non ci sarebbe neppure quel delinquente che ora sta davanti a me. Se puoi prendere su di te il delitto dell’uomo che ti sta davanti e che tu hai giudicato in cuor tuo, fallo subito, soffri tu al suo posto, e lui lascialo andare senza rimproverarlo. Anche se la legge ti avesse istituito giudice, comportati ugualmente in questo senso fin dove ti è possibile, perchè, uscendo di lì, egli si condannerà da sè ben più amaramente di quanto possa fare il tuo giudizio. Se poi uscirà di li insensibile al tuo abbraccio e ridendo di te, non lasciarti fuorviare nemmeno da questo: vuol dire che la sua ora non è ancora venuta, ma a suo tempo verrà. E se non verrà, non importa: se non è lui, sarà un altro a comprendere e a soffrire al suo posto, un altro che si accuserà e si condannerà, e la giustizia sarà perfetta. Credi in questo, credici fermamente, perchè qui sta appunto tutta la speranza e tutta la fede dei santi. Agisci senza mai stancarti. Se la notte, prima di addormentarti, ti viene in mente di non aver fatto una cosa che dovevi fare, alzati subito e falla. Se intorno a te la gente è irritata o insensibile, e se non vogliono ascoltarti, inginocchiati davanti a loro e chiedi perdono, perchè certo la colpa è anche tua se non ti vogliono ascoltare. Se poi non riesci nemmeno a parlare con loro, tanto sono incattiviti, servili in silenzio e in umiltà, non perdere mai la pazienza. E se tutti ti abbandoneranno o addirittura ti cacceranno con la forza, quando sarai rimasto solo inginocchiati, bacia la terra, bagnala delle tue lacrime, e le tue lacrime la feconderanno, anche se nessuno ti vedrà e ti ascolterà nella tua solitudine. Credi fino all’ultimo, anche se dovesse accadere che tutti gli uomini sulla terra si sviassero e tu solo rimanessi fedele, anche allora porta la tua offerta a Dio e lodalo, tu, l’unico rimasto. Ma se due come te si incontrano, ecco già tutto un mondo, il mondo dell’amore vivente: abbracciatevi teneramente e lodate il Signore, perchè, sia pure in voi due soltanto, la Sua verità è tuttavia realizzata.

Se hai peccato anche tu e sei mortalmente afflitto per i tuoi peccati, o per un solo peccato subitaneo, rallegrati comunque per un altro uomo, rallegrati per un giusto, rallegrati perchè se tu hai peccato, lui, in compenso, è un giusto e non ha colpa.

Se poi la cattiveria degli uomini ti riempie di sdegno e di un’amarezza invincibile, fino al punto di farti desiderare la vendetta, temi questo sentimento più di ogni altra cosa; cercati subito una pena, come se tu stesso fossi colpevole della cattiveria umana. Accetta questa pena e sopportala; il tuo cuore si placherà, e capirai che la colpa è anche tua, perchè, se tu fossi stato magari l’unico senza peccato, avresti potuto illuminare i cattivi, e invece non l’hai fatto. Se tu li avessi illuminati, con la tua luce avresti rischiarato il cammino anche ad altri, e forse colui che ha commesso una scelleratezza non l’avrebbe commessa. Ma se invece hai cercato di illuminarli e vedi che neppure con questa luce gli uomini riescono a salvarsi, persevera ugualmente e non dubitare della potenza della luce celeste; abbi fede, perchè, se non si sono salvati ora, si salveranno più tardi. E, se non si salveranno nemmeno più tardi, si salveranno i loro figli, giacchè, anche se muori tu, la tua luce non muore. Il giusto se ne va, ma la sua luce rimane. Ed è sempre dopo la morte del loro salvatore che gli uomini si salvano. Il genere umano respinge i suoi profeti e li massacra, ma gli uomini amano i loro martiri e venerano quelli che prima hanno torturato. Tu lavori per l’umanità intera, tu agisci in vista del futuro. E non cercare mai nessuna ricompensa, perchè anche così hai già una grande ricompensa su questa terra: è la tua gioia spirituale, quella che solo il giusto si guadagna. Non aver paura nè dei grandi, nè dei potenti, ma sii saggio, e sii sempre nobile. Bada alla misura, bada ai termini, impara bene queste cose. E quando rimani solo, prega. Ti sia dolce inginocchiarti e baciare la terra. Bacia la terra e amala senza mai stancarti, senza mai saziarti, ama tutti e tutto, cerca sempre di procurarti questa gioia, questo senso di ebbrezza. Bagna la terra con le tue lacrime di felicità e amale, queste tue lacrime. E non ti vergognare di questa tua ebbrezza, anzi, abbila cara, perchè è un dono di Dio, un dono grande, nè il Signore lo dà a molti, ma solo agli eletti.

 

Dell’inferno e del fuoco infernale: considerazioni mistiche.

Padri e maestri, io mi domando: «Che cos’è l’inferno?». Ecco come lo definisco: «La sofferenza di non poter più amare». Nell’infinito dell’essere, non misurabile nel tempo e neppure nello spazio, una sola volta è stata data a una creatura spirituale, con la sua apparizione sulla terra, la possibilità di dire a se stessa: «Io sono e amo». Una volta, un’unica volta le è stato concesso un attimo di amore attivo, di amore vivo, e per questo le è stata data la vita terrena, e con essa il tempo e i termini. Ebbene, questa creatura felice ha rifiutato un tale dono inestimabile, non l’ha apprezzato, non ne ha provato gioia, l’ha guardato appena con aria beffarda ed è rimasta insensibile. Lasciata ormai la terra, questo essere vede, sì, il seno di Abramo e discorre con Abramo (come ci dice la parabola del ricco e di Lazzaro), contempla il paradiso e può salire a Dio, ma qui sta appunto la sua sofferenza, cioè che può salire a Dio, lui che non ha amato, e può entrare in contatto con quelli che hanno amato, lui che ha disprezzato il loro amore. Perchè ormai vede tutto chiaramente, e dice a se stesso: «Ora conosco, ma, per quanta sete di amare io abbia, il mio amore non avrà mai più la possibilità di estrinsecarsi, nè di sacrificarsi, perchè la mia vita terrena è finita. E Abramo non verrà mai a spengere con una sola goccia d’acqua viva (cioè col rinnovato dono della vita terrena attiva) la sete bruciante di amore spirituale che ora mi infiamma il cuore, mentre sulla terra l’ho disprezzata: la mia vita non c’è più, e non avrò più tempo! Sarei felice di dare la mia vita per gli altri, ma ormai non è possibile, perchè quella vita che potevo offrire in olocausto all’amore è passata, e ora tra quella vita e questo mio esistere c’è un abisso». Si parla delle fiamme infernali in senso materiale: io ho paura di questo mistero e non lo indago, ma penso che, se ci fosse davvero questo fuoco materiale, i dannati certamente ne sarebbero contenti, perchè mi pare che in mezzo ai tormenti materiali dimenticherebbero, almeno per un attimo, quelli ben più atroci dello spirito. Però liberarli da questa sofferenza spirituale è impossibile, dato che essa è dentro di loro e non al di fuori. E poi, anche se fosse possibile liberarli, credo che diventerebbero ancora più infelici. Infatti, se i giusti li perdonassero, vedendo dal paradiso i loro tormenti, e nel loro amore infinito li chiamassero a sè, proprio con questo gesto aumenterebbero ancora di più la loro sofferenza, perchè ecciterebbero maggiormente la loro sete bruciante di quell’amore attivo, riconoscente e scambievole, che ormai per loro è impossibile. Tuttavia in cuor mio penso, timidamente, che la coscienza stessa di questa impossibilità dovrebbe finire per essere un sollievo, perchè, accettando l’amore dei giusti senza poterli contraccambiare, troverebbero alla fine in questa loro sottomissione come un riflesso di quell’amore attivo che sulla terra avevano disprezzato, e negli effetti di questa loro umiltà qualcosa di simile agli effetti di quell’amore …. Fratelli e amici miei, mi duole di non sapervelo spiegare con chiarezza. Ma guai agli uomini che si sopprimono da sè, guai ai suicidi! Io credo che non ci possa essere nessuno più infelice di loro. Ci dicono che è peccato pregare Dio per questi uomini, e la Chiesa in apparenza sembra ripudiarli, ma nel segreto dell’anima mia io penso che si possa pregare anche per loro. Non sarà mai l’amore a provocare la collera di Cristo. Vi confesso, padri e maestri miei, che dentro di me ho sempre pregato per questi uomini e prego ancora ogni giorno.

Oh, certo, all’inferno ci sono anche quelli che sono rimasti superbi e furiosi, sebbene ormai posseggano indiscutibilmente la conoscenza e contemplino la verità ineluttabile, ci sono quelli che si sono totalmente e spaventosamente associati a Satana e al suo spirito orgoglioso! L’inferno, costoro, lo vogliono proprio, e non se ne saziano mai; sono dei martiri volontari, quelli. Perchè, avendo maledetto Dio e la vita, si sono maledetti da sè. Si pascono della propria superbia e della propria rabbia, come un affamato nel deserto che si mettesse a succhiare il proprio sangue dalle proprie vene. Ma rimarranno insaziati nei secoli dei secoli; e rifiutano anche il perdono, e maledicono Dio che li chiama. Non possono contemplare senza odio il Dio vivente, vorrebbero che il Dio della vita non esistesse, che Dio distruggesse Se stesso e tutta la Sua creazione. E bruceranno nel fuoco della propria collera eternamente, assetati di morte e di annientamento. Ma la morte non sarà loro concessa ….

 

Qui finisce il manoscritto di Alcksèj FèdoroviZ Karamazov. Questo manoscritto, lo ripeto, è incompleto e frammentario.

 

Quanto alla morte dello starec, essa arrivò in maniera davvero inaspettata. Sebbene tutti coloro che si erano riuniti intorno a lui quell’ultima sera capissero perfettamente che la sua morte era vicina, tuttavia non potevano immaginare che sarebbe stata così repentina; anzi, i suoi amici, come ho già osservato, vedendolo quella notte tanto vivace e desideroso di parlare, almeno così sembrava, erano addirittura convinti che nella sua salute ci fosse un notevole miglioramento, sia pure di breve durata. Fino a cinque minuti prima della morte, raccontavano poi meravigliati, non si poteva ancora prevedere nulla. A un tratto lo starec senti un dolore fortissimo al petto, impallidì e si premette una mano sul cuore. Allora tutti si alzarono e gli si precipitarono intorno; ma lui, benchè soffrisse, continuò a guardarli sorridendo, si lasciò scivolare dolcemente dalla poltrona sul pavimento e si inginocchiò, poi piegò la testa fino a terra, stese le braccia e, quasi immerso in un’estasi gioiosa, baciando la terra e mormorando una preghiera (come aveva insegnato egli stesso), sereno, felice, rese l’anima a Dio.

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