Padre Jakov (A. Chekov)

a012e4fd3e0a209b2ce6b81c1f1d56a1

Con questo post cominciamo un viaggio tra le figure di monaci, vescovi, preti e diaconi protagonisti, primari o secondari, di opere della letteratura russa.

La prima figura è quella di padre Jakov, un prete di campagna protagonista di un racconto di Anton Cechov . Una storia molto interessante che dovrebbe insegnarci a non giudicare mai un prete dalle apparenze.

Dove possibile, al testo italiano seguirà il testo originale in russo.

 

Dal racconto “Incubo” di A. Cechov – Чехов А. П. Кошмар

Non appena rientrato da Pietroburgo nel suo Borìsovo, il membro del Comitato permanente per gli affari dei contadini, Kùnin, giovanotto sulla trentina, si affrettò a inviare a Sìnkovo un messaggero a cavallo al pope del paese, padre Jàkov Smirnòv.

Cinque ore dopo, padre Jàkov comparve.

«Molto felice di fare la vostra conoscenza,» gli disse Kùnin, andato a incontrarlo in anticamera. «Dopo un anno che sono qui di servizio, era tempo, penso, che ci conoscessimo! Siate il benvenuto! Ma veramente… come siete giovane!» esclamò Kùnin, stupito. «Che età avete?»

«Ventotto anni,» rispose padre Jàkov stringendogli debolmente la mano che gli era tesa, e arrossendo senza un perchè.

Kùnin introdusse il pope nel suo studio, e cominciò a osservarlo.

«Che faccia stolida da contadina!» pensò.

V’era infatti, nel viso di padre Jàkov, qualche cosa che ricordava quello di una contadina: un naso rincagnato, larghe guance di una tinta rosso vivo, occhi blu-grigi, e sopracciglia arcuate, appena visibili. Dei lunghi capelli secchi e lisci gli cadevano sulle spalle in bastoncelli diritti. I baffi accennavano appena a prender forma di veri baffi da uomo, e la barba era della specie di quelle che i seminaristi chiamano, chissà perchè, «a spizzichino». Questa specie di barba è sbiadita e rada, e non si può pensare di poterla carezzare con la mano o pettinarla; si può solo pizzicarla con le unghie. Era una povera vegetazione impiantata irregolarmente, a mazzetti, come se padre Jàkov, messosi in testa di mascherarsi da pope, avesse cominciato con appiccicarsi la barba, e fosse stato interrotto. Portava una lercia veste color caffè di cicoria, con due grandi pezze sui gomiti.

«Strano personaggio,» pensava Kùnin guardando l’orlo inzaccherato della sottana. «Per essere la prima volta che vien qui, non poteva vestirsi in maniera più decente?»

«Sedetevi,» gli disse con un fare più disinvolto che affabile, avvicinando una poltrona alla tavola. «Sedete, vi prego.»

Padre Jàkov tossicchiò nella mano sedendosi goffamente sull’orlo della poltrona, e stendendo quindi le mani sopra i ginocchi. Piccolo di statura, stretto di spalle, rosso e sudato in viso, continuava a produrre su Kùnin una impressione repulsiva. Non avrebbe mai creduto, prima di conoscerlo, che ci fossero in Russia dei preti così poco decorativi e tanto miserevoli. Gli sembrava di vedere sin anche nella posa di padre Jàkov, in quella sua maniera di tener le mani sui ginocchi, e di sedere proprio sull’orlo della sedia, una mancanza assoluta di dignità, e, perchè no, una certa furberia servile.

«Vi ho fatto chiamare per affari,» gli disse Kùnin sprofondandosi nella poltrona. «Ho il gradito incarico di aiutarvi in una delle vostre utili imprese… Ecco qua: tornato da Pietroburgo, ho trovato sul mio tavolo una lettera del maresciallo della nobiltà, Egòr Dmitrèvi£c£, che mi proponeva di prendere sotto il mio patrocinio la scuola parrocchiale che si sta per aprire, da voi, a Sìnkovo. Son molto felice della proposta, e l’accetto di tutto cuore: dirò persino che l’ho accolta con entusiasmo.»

Kùnin si alzò e si mise a camminare su e giù nello studio.

«È noto senza dubbio a voi, come a Egòr Dmitrèvi£c£, che io non dispongo di grandi risorse. La mia tenuta è ipotecata, e vivo unicamente dello stipendio di membro del Comitato permanente. Voi non potete quindi contare su aiuti abbondanti da parte mia; però, tutto quello che è in mio potere, lo farò. Quando pensate di aprire la vostra scuola?»

«Quando avremo del denaro,» rispose padre Jàkov.

«Di quali risorse disponete, ora?»

«Quasi di nessuna… I contadini hanno deciso nella loro assemblea di pagare annualmente per la scuola trenta copeche a testa ogni maschio, ma non è che una promessa! E bisogna, per una prima sistemazione, mettere insieme almeno duecento rubli.»

«Sì… sfortunatamente, per ora io non ho questa somma,» sospirò Kùnin. «Ho speso tutto nel viaggio; ho persino impegnato… Vediamo! Facciamo tutti i nostri sforzi per trovare qualche cosa…»

Kùnin cominciò a riflettere ad alta voce. Espose a padre Jàkov quel che aveva in mente di fare, e ne seguì l’effetto sul volto di lui, in attesa della sua approvazione e del suo consenso. Ma il viso del pope rimaneva immobile, apatico, non rivelava che timidezza e inquietudine. A osservarlo, si sarebbe potuto credere che Kùnin parlasse di cose così sottili che il pope non ne capisse nulla, non ascoltasse se non per educazione, e temesse inoltre di essere accusato di non capir nulla.

«Il brav’uomo non è molto in gamba…» pensò Kùnin. «È straordinariamente timido e stupido.»

Padre Jàkov si rianimò un poco e sorrise solo quando un domestico portò nello studio due bicchieri di tè sopra un vassoio, e, dentro un cestino, delle ciambelle. Prese il suo bicchiere e si mise a bere senza complimenti.

«Non potremmo scrivere a Sua Eminenza?» chiese Kùnin, continuando a esaminare la situazione. «Propriamente parlando, nè lo Zèmstvo nè noi, ma le alte gerarchie ecclesiastiche hanno sollevato la questione delle scuole parrocchiali. Devono esse indicarci quali sono i mezzi. Ricordo di aver letto che fu assegnata per questo capitolo una certa somma… Voi non ne siete a conoscenza?»

Padre Jàkov era talmente immerso nell’operazione di sorbire il tè, che non potè rispondere subito. Alzò su Kùnin i suoi occhi grigi, stette a riflettere e come ricordandosi della questione che gli veniva posta, scosse il capo con gesto di diniego. L’espressione di un piacere intenso e del più quotidiano e del più prosaico appetito, gli si diffuse da una orecchia all’altra, sul brutto viso. Degustava rumorosamente ogni goccia di tè, e, bevutolo sino in fondo, posò il bicchiere sul tavolo; ben presto lo riprese, ne guardò il fondo, lo rimise ancora sul tavolo. L’espressione di piacere scomparve dal suo viso. Un po’ più tardi, Kùnin osservò il pope che prendeva una ciambella dal cestino, ne rompeva un pezzo, lo rigirava fra le dita, e infine lo sprofondava lesto in una delle sue tasche.

«Oh, non sono proprio queste le maniere di un pope!» pensava Kùnin con ripulsione, e con un involontario movimento delle spalle. «È forse l’avidità proverbiale del pope, o è puerilità?»

Dopo aver fatto bere all’ospite un secondo bicchiere di tè, e averlo accompagnato nell’anticamera, Kùnin si buttò sul divano e si abbandonò alle impressioni suscitate in lui dalla visita di padre Jàkov.

«Che figura strana e selvatica!» pensava. «Infangato, rozzo, grossolano, e di sicuro un ubriacone… Mio Dio… E quello è un prete? Un padre spirituale? Un maestro del popolo? Immagino quali saranno i pensieri ironici del diacono quando, a ogni messa, gli va salmodiando: ‹Maestro, benedicimi!› Un bel tipo di maestro! Un maestro senza un briciolo di dignità e di educazione, un maestro che fa sparire i biscotti dentro le tasche come uno scolaretto… Ohibò!… Signore, dove mai erano gli occhi del vescovo quando ordinò pope codest’uomo… Come considera il popolo, se gli manda simili educatori! Ci vorrebbe gente che…»

E Kùnin pensava a ciò che dovrebbero essere i preti russi…

«Se, per esempio, io fossi pope… Un pope istruito e che ama il proprio stato, può molto… Io avrei da un bel pezzo una scuola… E la predicazione!… Se un pope è sincero e penetrato della propria missione, che sermoni ammirevoli, infiammati può fare!»

Kùnin chiuse gli occhi e si mise per suo conto a comporre un sermone. Dopo un minuto si sedette dinanzi al tavolo e si mise a scrivere rapidamente. «Lo darò a quello scemo, che lo legga in chiesa…» pensava.

La domenica seguente Kùnin andò, di mattina, a Sìnkovo per sistemare la questione della scuola e per fare nello stesso tempo conoscenza con la chiesa di cui era parrocchiano. Nonostante il disgelo, il mattino era splendido. Il sole brillava vivamente, fondendo coi suoi raggi i cumoli di neve che biancheggiavano qua e là. La neve, prima di dire addio alla terra, si parava di diamanti così belli che era quasi impossibile guardarla: tutto intorno, inverdivano i primi germogli del grano. Le cornacchie svolazzavano gravemente: una giunge volando, si abbassa a terra, e, prima di mettersi solida sulle zampe, saltella due o tre volte…

La chiesa di legno dove Kùnin arrivò era vecchia e grigia. Le colonne del sagrato, un tempo intonacate di bianco, s’erano screpolate e somigliavano a due stanghe. L’icona, sotto il portale, era tutta una macchia nera. Ma quella povertà commosse Kùnin, lo intenerì. Abbassando gli occhi umilmente, entrò in chiesa e si fermò vicino alla porta. La messa era appena incominciata. Un vecchio, piccolo sacrestano, curvo come l’arco di una troika, leggeva l’uffizio con voce sorda e indistinta di tenore. Padre Jàkov officiava senza diacono: stava facendo il giro della chiesa con l’incensiere. Se non fosse stata l’umiltà da cui era stato preso, entrando nella vecchia chiesa, Kùnin avrebbe di certo sorriso alla vista di padre Jàkov. Una pianeta di un giallo stinto, sgualcita, di una lunghezza smisurata, pendeva sul dorso del piccolo pope; le falde si trascinavano a terra. La chiesa non era piena. Kùnin non vide dapprima che dei vecchi e dei fanciulli: dov’erano gli adulti, dove la gioventù? Ma guardando più attento quei visi senili, si accorse che aveva scambiato dei giovani per dei vecchi ; e del resto, non fece gran caso a questo piccolo errore visivo.

L’intemo della chiesa era vecchio e grigio come l’esterno. Sui muri, sulle pareti scure, sull’iconostasi, non c’era il più piccolo spazio che il tempo non avesse graffiato o affumicato. Benchè ci fossero molte finestre, la chiesa era tutta grigia, come fosse invasa dalle tenebre.

«Si deve pregar bene qui, con un’anima pura,» pensò Kùnin. «Come in San Pietro si è impressionati dalla grandezza, qui si è impressionati dalla semplicità e dall’umiltà.»

Senonchè tutta la sua buona disposizione a pregare svanì, quando padre Jàkov salì l’altare e incominciò la messa. Arrivato alla dignità di pope direttamente dai banchi del seminario, padre Jàkov non si era abituato a dire la messa in un modo preciso; leggendo, sembrava cercare su qual registro di voce fermarsi, se su un acuto tenore o su un basso leggero. S’inchinava da una parte goffamente, si muoveva svelto, apriva e richiudeva le porte del tabernacolo all’improvviso… Il vecchio sacrestano, evidentemente malato e sordo, capiva male la fine dei versetti ; e ciò cagionava dei contrattempi: appena padre Jàkov aveva letto quel che bisognava, il sacrestano aveva già intonato la sua parte; oppure, padre Jàkov aveva finito da un pezzo, e il vecchio, tendendo l’orecchio da una parte dell’altare, taceva sinchè non gli tiravano il lembo della sottana. Egli aveva una voce asmatica e tremolante, gorgogliante. Per colmo, era un ragazzino ad accompagnare il sacrestano; e si durava fatica a vedere la sua testa, sopra la balaustra del coro. Il ragazzo cantava con una voce di testa, stridula, e sembrava facesse letteralmente apposta a non stare nel tono giusto. Kùnin rimase un momento ad ascoltare, poi uscì per fumare. Era strabiliato, guardava la vecchia chiesa quasi con ostilità.

«Ci si lagna dell’affievolirsi del sentimento religioso fra il popolo,» sospirò Kùnin. «Sfido, non hanno che da darci preti di questo genere!»

Entrò nella chiesa tre volte, e tre volte provò un desiderio violento di prender aria. Finita la messa andò da padre Jàkov. La sua abitazione, di fuori, non si distingueva gran che dalle isbe dei contadini. Forse, soltanto la paglia del tetto era messa meglio, e c’erano le cortine alle finestre.

Padre Jàkov condusse Kùnin in una cameretta chiara e senza pavimento, con le pareti rivestite di carta da poco prezzo. Malgrado un certo sforzo di abbellimento, manifesto nelle fotografie inquadrate in piccole e brutte cornici, e in un orologio sul cui bilanciere stavano appese delle forbici, il mobilio colpiva per la sua povertà. Si sarebbe detto che padre Jàkov lo avesse accumulato, pezzo per pezzo, mentre andava in giro dai fedeli. In una casa gli avevano donato una tavola rotonda a tre piedi, in un’altra uno sgabello, in una terza una sedia a schienale ricurvo, in una quarta una sedia col dorso diritto, e infine, in una quinta si eran voluti mostrare generosi e gli avevano donato qualche cosa che potesse servire da canapè: il dorso era piatto, il sedile rigato. Quella specie di divano rosso scuro mandava un forte odore di vernice: Kùnin pensò, dapprima, di sedersi sopra una sedia, ma poi, riflettendo, andò a sedersi sullo sgabello.

«È la prima volta che venite nel nostro tempio?» gli domandò padre Jàkov appendendo il cappello a un grosso chiodo ritorto.

«Sì, la prima volta… Vediamo… Prima di metterci al lavoro, offritemi un po’ di tè… ho l’anima tutta inaridita.»

Padre Jàkov fece una strizzata d’occhi, un piccolo grido, e scomparve quindi dietro un tramezzo. Lo si udì parlottare.

«Deve parlare con la moglie,» pensava Kùnin. «Sarebbe interessante vedere che moglie ha questo sudicio prete.»

Un momento dopo, padre Jàkov tornò, in sudore, e sforzandosi di sorridere. Si sedette sull’orlo del canapè, di faccia a Kùnin.

«Prepareranno subito il samovàr,» disse senza guardare il suo ospite.

«Mio Dio,» pensò Kùnin spaventato, «non avevano ancora preparato il samovàr! Figuriamoci quanto ci. sarà da aspettare, adesso!»

«Vi ho portato,» disse al pope, «la minuta della lettera che ho scritto al vescovo. Ve la leggerò dopo il tè… Troverete forse qualche cosa da aggiungere…»

«Bene.»

Si fece silenzio. Padre Jàkov guardò con apprensione dal lato del tramezzo, si accomodò i capelli e si soffiò il naso.

«Il tempo è splendido…» disse.

«Sì… Ho letto ieri, tra l’altro, una cosa interessante,» disse Kùnin. «Lo Zèmstvo di Volsk ha deciso di passare tutte le sue scuole al clero. Questo è significativo.»

Kùnin si alzò e si mise a camminare esponendo intanto la sua opinione.

«Ciò non servirà a nulla,» disse, «se il clero non sarà all’altezza del suo compito e non avrà coscienza chiara della sua missione. Disgraziatamente, io conosco dei preti che, quanto a sviluppo intellettuale e a qualità naturali, non sarebbero in grado di far gli scrivani di reggimento. Un cattivo maestro, ne converrete, è meno nocivo in una scuola che un cattivo prete.»

Kùnin gettò un’occhiata a padre Jàkov. Il pope era seduto, tutto curvo, pensando intensamente a qualcosa. Era evidente che non aveva inteso quanto il suo ospite gli aveva detto.

«Jàkov» chiamò una voce di donna, da dietro il tramezzo; «vieni un po’ qui.»

Padre Jàkov trasalì, andò dove lo chiamavano; ancora lo si udì parlottare.

La voglia di bere del tè tormentava Kùnin. «No,» si disse guardando l’orologio, «non starò qui ancora in attesa, per bere del tè. Non sono di certo un ospite desiderato; il padrone di casa non si è degnato di dirmi una parola; se ne sta seduto e sbatte le palpebre…»

Prese il cappello, attese padre Jàkov e si congedò da lui non appena tornò.

«Ho perduto la mia mattina per niente,» pensava camminando nella strada, con dispetto. «Che tanghero! Si interessa di una scuola quanto io mi interesso delle nevi dell’anno passato. Ah, no davvero, non mangerò con lui alla stessa scodella. Non potremo tirarne fuori niente da lui! Se il maresciallo della nobiltà sapesse che razza di pope c’è qui, non si darebbe tanta premura per la scuola! Anzitutto, occorre procurarsi un buon pope: si vedrà poi per la scuola!»

In quel momento Kùnin quasi odiava padre Jàkov. La sua figura caricaturale e pietosa, la sua pianeta sgualcita, la sua faccia da contadino, la maniera di dir la messa e la maniera di vivere, la sua deferenza timida e burocratica, gli avevano tolto quel briciolo di sentimento religioso che conservava nel cuore, dove si crogiolava dolcemente con le altre favole della sua infanzia. La freddezza e la disattenzione con le quali il pope aveva accolto l’interesse sincero e fervido che Kùnin metteva in quella faccenda, erano difficili da sopportare per il suo amor proprio.

Sul tardi di quello stesso giorno, Kùnin, a casa sua, meditò sul da farsi; si sedette al tavolo di lavoro e scrisse al vescovo. Dopo aver chiesto denaro e benedizioni per la scuola, espresse sinceramente, in breve, e alla maniera di un buon figlio, i suoi apprezzamenti sul pastore di Sìnkovo. «Egli è giovane,» scrisse, «sviluppato non quanto basta: credo che conduca una vita intemperante; non risponde per nulla ai bisogni accumulati da secoli nel popolo russo.» Finita la lettera, Kùnin trasse un leggero sospiro e se ne andò a dormire, con la coscienza di aver compiuto un’opera buona.

Il lunedì mattina era ancora a letto allorchè vennero ad annunciargli la visita di padre Jàkov. Non volle alzarsi, diede ordine di dire che non era in casa. Il martedì se ne andò per la sessione del Comitato permanente; e sabato, al ritorno, i domestici gli fecero sapere che il pope era venuto per vederlo, ogni giorno. «Si vede proprio che le mie ciambelle gli sono piaciute!» pensò Kùnin.

La domenica, verso sera, padre Jàkov ricomparve. Stavolta, non solo gli orli, ma tutta quanta la sottana era inzaccherata. Come la prima volta, egli era rosso e sudato, e si sedette sull’orlo della poltrona. Kùnin decise di non affrontare più la questione della scuola, e di non porgere più perle a chi non era in grado di apprezzarle.

«Pàvel Michàilovich,» cominciò padre Jàkov, «vi ho portato un prospetto dei mezzi relativi alla scuola.»

«Ve ne ringrazio…»

Ma si vedeva dal suo aspetto che non era venuto per quel motivo: tutta la sua persona esprimeva un grande eccitamento. Gli si leggeva in viso la risoluzione di un uomo che un’idea improvvisamente ha illuminato. Ardeva dal desiderio di dire qualche cosa di grave, di urgente, si sforzava di vincere la propria timidezza.

«Perchè mai sta zitto?» si chiedeva Kùnin con impazienza. «Eccolo qui seduto! Io non ho tempo da perdere.»

Al fine di togliere un po’ l’imbarazzo suscitato da quel silenzio, e di nascondere il travaglio che provava dentro di sè, il pope sorrise di un sorriso forzato; e quel sorriso, fra il sudore e il rossore della sua faccia, prolungato, tormentato, contrastante con lo sguardo fisso degli occhi grigi, costrinse Kùnin a voltarsi. Ne soffriva.

«Scusatemi,» gli disse, «ho fretta…»

Padre Jàkov sussultò, come un uomo addormentato che venga scosso all’improvviso; senza cessare di sorridere, pur così turbato, raccolse gli orli della sottana. Malgrado la sua intensa avversione, Kùnin ne ebbe pietà.

«Ve ne prego,» gli disse dolcemente, «sarà per un’altra volta!… Prima di lasciarvi, voglio farvi una domanda… Qui, figuratevi, ho avuto un’ispirazione: ho scritto due sermoni. Voglio darveli in esame; se vi sono utili, leggeteli…»

«Bene,» disse padre Jàkov, mettendo una mano sopra i sermoni di Kùnin, posati sul tavolo, «li prenderò.»

Attese alcuni minuti, esitando e raccogliendo ancora il lembo della sottana; dopo, d’improvviso, cessò di sorridere, e alzando la testa con risolutezza, e sforzandosi di parlare alto e chiaro, disse:

«Pàvel Michàilovich.»

«Cosa c’è?»

«Ho inteso dire che voi vi siete degnato, ecco… di liquidare il vostro scrivano… Ne cercate un altro…»

«Sì. Ne avete uno da consigliarmi?»

«Io, vedete, io… Non potreste… dare a me il suo posto?»

«Volete rinunciare al chiericato?» gli chiese Kùnin, con stupore.

«No, no,» rispose padre Jàkov, impallidendo e tremando per tutto il corpo. «Dio me ne guardi! pensavo di potere, al di fuori delle mie preoccupazioni… per aumentare le mie entrate… Ma non importa, non datevi pena…»

«Le vostre… entrate?… Io pago al mio scrivano solo ventotto rubli al mese.»

«Signore!» mormorò padre Jàkov guardando intorno a sè, «accetterò di esserlo per dieci rubli al mese! Dieci rubli, sono abbastanza… Vi meravigliate e tutti si meravigliano… Un pope avido, insaziabile, che fa del denaro? So bene di essere avido… E me ne punisco, me ne rimprovero… Ho vergogna di guardare la gente in faccia… Ma a voi, Pàvel Michàilovi£c£, dirò tutto in coscienza; chiamo Dio a testimonio…»

Padre Jàkov riprese fiato, e proseguì:

«Avevo preparato lungo la strada la mia confessione completa; ma l’ho dimenticata tutta, non ritrovo più le parole… La mia parrocchia mi rende centocinquanta rubli all’anno, e ciascuno si domanda che posso farne io, di quel denaro. Ve lo dirò, in coscienza. Pago quaranta rubli all’anno per mio fratello Pëtr, che è al seminario. È spesato di tutto; però la carta e le penne restano a mio carico…»

«Oh, vi credo, vi credo!» disse Kùnin muovendo un braccio, singolarmente imbarazzato dalla sincerità del suo ospite, nè sapendo in che modo evitare lo sguardo umido dei suoi occhi. «Ma a che tutto questo?»

«Inoltre, non ho pagato ancora tutto al Concistoro per il mio posto,» continuò padre Jàkov. «Perchè lo ottenessi, mi hanno tassato per duecento rubli, da pagare in ragione di dieci rubli al mese. Giudicate, ora, di quel che mi resta! E ancora son costretto a dare a padre Avràmij almeno tre rubli al mese!»

«Quale padre Avràmij?»

«Quello che era qui prete prima di me. Gli fu tolto il posto a causa della sua… della sua debolezza, e vive ancora a Sìnkovo! Dove potrebbe andare? Chi lo nutrirebbe? Benchè vecchio, gli bisognano un tetto e del pane, dei vestiti! Non posso permettere, dopo l’ufficio importante che gli è toccato, di lasciarlo andar mendicando: sarebbe peccato! Già sono colpevole: ha debiti con tutti, ed è colpa mia se non pago per lui…»

Padre Jàkov si alzò, e guardando a terra con smarrimento prese a camminare, in lungo e in largo.

«Mio Dio, mio Dio!» mormorò levando in alto e abbassando le braccia; «salvaci, Signore! Abbi pietà di noi! Perchè dare a me simile posto, se ero uomo di poca fede e senza forza? La mia disperazione non avrà fine! Salvami, Regina dei Cieli!»

«Calmatevi, padre!» gli disse Kùnin.

«Sono sfinito dalla fame, Pàvel Michàilovich; scusatemi, ve ne prego, non ho più forze… Lo so, si dice: ‹Domanda, abbassati, ognuno ti aiuterà.› Ma io non posso! Ho vergogna! Come potrei domandare ai contadini? Voi siete di qui, lo vedete voi stesso… Chi avrà il coraggio di domandare a chi non ha nulla? E domandare alla gente un po’ ricca, ai possidenti, non posso! Orgoglio! Vergogna!…»

Padre Jàkov si torse le mani e si ravviò i capelli indietro.

«Ho vergogna! Mio Dio, come ho vergogna! Non posso, ho il pudore di non far vedere la mia miseria. Quando veniste a trovarmi, Pàvel Michàilovich, non avevo più tè. Non ce n’era nemmeno una briciola, e l’orgoglio mi ha impedito di confessarvelo! Ho vergogna dei miei vestiti, delle mie pezze; ho vergogna delle mie pianete, della mia indigenza, di tutto… Forse che l’orgoglio conviene a un pope?»

Padre Jàkov si fermò nel mezzo della camera, e non badando più alla presenza di Kùnin si mise a parlare, quasi avesse avuto da decidere qualche cosa, con se stesso.

«Poniamo che io sopporti la fame e la vergogna; ma, Signore, c’è anche la mia donna!… È di buona famiglia, ha le mani bianche, è delicata, abituata al tè, al pane bianco, alle tovaglie… Quand’era dai suoi suonava il piano. È giovane, non ha ancora vent’anni, le piacerebbe certo vestire bene, ridere, andare in visita… E da me sta peggio di una cuoca qualsiasi: si vergogna a mostrarsi per strada. Mio Dio, mio Dio! Non ha altre gioie che quando le porto, da qualche parte, una mela, una ciambella…»

Padre Jàkov si passò ancora le mani nei capelli.

«E ne è venuto in conseguenza che fra noi non c’è amore: non c’è che della pietà… Non posso vederla senza soffrire! E dire, Signore, che cose simili accadono sopra la terra! Cose che non si crederebbero, se si vedessero scritte nei giornali. E quando finirà tutto questo?»

«Basta, padre!» esclamò Kùnin, sgomentato dal tono di quelle parole. «Perchè considerare la vita in maniera tanto cupa?»

«Scusatemi, vi prego, Pàvel Michàilovich» mormorò padre Jàkov come ebbro; «tutto ciò è inutile, non fateci attenzione! Non accuso, non accuserò mai se non me, soltanto me!»

Padre Jàkov gettò uno sguardo attorno a sè, e mormorò:

«L’altro giorno, di buon mattino, me ne andavo da Sìnkovo a Lùchovo. Vedo presso il fiume una donna che fa non so che… Mi avvicino, e non credo ai miei occhi… Orrore, è la moglie del dottore Ivàn Sergèevich, che lava la sua biancheria… La moglie del dottore è stata educata nell’Istituto. Perchè nessuno la vedesse, si era alzata prima di tutti, ed era andata ad una versta dal villaggio… Orgoglio invincibile! Quando si accorse che mi avvicinavo a lei, e che vedevo la sua povertà, arrossì tutta… Perdetti la testa ; mi sentii sconvolto e corsi da lei ; volevo aiutarla. Ma essa nascose la biancheria, per paura che scorgessi le sue camicie stracciate…»

«È appena credibile!» disse Kùnin sedendosi e guardando sconcertato il volto pallido di padre Jàkov.

«Proprio così, incredibile! Si erano viste mai, Pàvel Michàilovich, delle mogli di dottori andare a sciacquare da sè la loro biancheria al fiume? Questo non avviene in nessun altro paese… Come pastore, come padre spirituale, non glielo dovrei permettere ; ma come fare? Io stesso cerco di farmi curare da suo marito per niente! Avete detto giustamente che ciò non è credibile. C’è da non credere ai propri occhi!… Durante la messa, quando guardo dall’altare e vedo i miei fedeli, padre Avràmij affamato, e mia moglie, e penso alla moglie del dottore, alle sue mani paonazze nell’acqua fredda, allora, credetemi, dimentico l’ufficio, rimango come un imbecille, come incosciente sinchè il sacrestano mi chiama… Orribile!…»

Padre Jàkov si rimise a camminare.

«Signore Gesù,» esclamò scoraggiato, «Santi intercessori! Io non posso più servire… Voi mi parlate della scuola, e io sono come una statua, che non capisce; non penso che al mangiare… E questo, persino davanti all’altare… Del resto che dico?» osservò a un tratto. «Voi avete fretta. Scusate! Io sono, lo vedete… Scusatemi…»

Kùnin, silenzioso, strinse la mano a padre Jàkov, l’accompagnò nell’anticamera; e, tornato nello studio, andò accanto alla finestra. Vide padre Jàkov uscire, calcarsi sulla testa il largo cappello ingiallito e quietamente, abbassando la testa come vergognoso della sua stessa sincerità, avviarsi per il suo cammino.

«Non vedo il cavallo,» osservò Kùnin.

S’impressionò, pensando che tutti quei giorni il prete era venuto da lui a piedi. Sino a Sìnkovo c’erano dalle sette alle otto verste; e il fango era tale ch’era difficile cavarne fuori i piedi.

Un po’ più lontano, Kùnin vide il suo cocchiere Andrèj e un ragazzino che, saltando attraverso le pozzanghere e inzaccherando padre Jàkov, correvano a domandargli la benedizione. Padre Jàkov si scoprì e benedisse lentamente Andrèj, poi benedisse il ragazzo e gli diede un buffetto sulla testa, a modo di carezza. Kùnin si passò la mano sulle palpebre e gli sembrò che fossero bagnate.

Si allontanò dalla finestra e volse lo sguardo tremante dentro la camera dove ancora udiva la voce timida e strozzata del pope. Gli occhi gli si posarono sul tavolo: per fortuna, padre Jàkov aveva dimenticato i sermoni scritti da lui. Kùnin si precipitò su di essi, li stracciò in tanti pezzi e li scaraventò sotto il tavolo.

«E io che non sapevo!» gemette lasciandosi cadere sopra un divano. «Io, che da più di un anno sono qui, membro del Comitato permanente, giudice di pace onorario e membro del consiglio delle scuole… Fantoccio cieco che sono! Bisogna aiutarli al più presto! Al più presto!»

Si agitò dolorosamente, si strinse le tempie e raccolse le sue forze.

«Riceverò il venti di questo mese duecento rubli di stipendio: con un pretesto qualunque li darò al pope e alla moglie del dottore… Domanderò a questo una preghiera e per l’altra farò finta di essere malato… Così non offenderò il loro orgoglio; e aiuterò pure il vecchio Avràmij.»

Ma fece sulle dita il conto del suo denaro e si spaventò, pensando che gli sarebbe bastato appena a pagare l’intendente, i domestici, il contadino che gli portava la carne… Si rammentò suo malgrado dei tempi ancora recenti in cui sperperava i beni paterni: di quando regalava ricchi ventagli a prostitute, e pagava il cocchiere Kuzmà dieci rubli al giorno, e portava doni alle attrici, per vanità. Ah, come gli sarebbero adesso serviti tutti quei rubli gettati dalla finestra, quei piccoli biglietti da tre e da dieci rubli! «

Padre Jàkov non spende che tre rubli al mese,» pensò Kùnin. «Con un rublo la moglie del prete potrebbe farmi una camicia, e la moglie del dottore prendere una lavandaia. Io li voglio aiutare ; è un obbligo, aiutarli.»

In quel punto, Kùnin si ricordò improvvisamente della denuncia scritta al vescovo; e tutto il suo essere si rattrappi, come preso da un brivido di freddo. Il ricordo gli riempì l’anima di un sentimento di opprimente vergogna, di fronte a se stesso e all’invisibile verità…

Così cominciò ed ebbe termine uno sforzo sincero verso il bene, da parte di uno di quegli uomini che hanno buone intenzioni ma sono irriflessivi e ben pasciuti.

_____________________

Непременный член по крестьянским делам присутствия Кунин, молодой человек, лет тридцати, вернувшись из Петербурга в свое Борисово, послал первым делом верхового в Синьково за тамошним священником, отцом Яковом Смирновым.

Часов через пять отец Яков явился.

— Очень рад познакомиться! — встретил его в передней Кунин. — Уж год, как живу и служу здесь, пора бы, кажется, быть знакомыми. Милости просим! Но, однако… какой вы молодой! — удивился Кунин. — Сколько вам лет?

— Двадцать восемь-с… — проговорил отец Яков, слабо пожимая протянутую руку и, неизвестно отчего, краснея.

Кунин ввел гостя к себе в кабинет и принялся его рассматривать.

«Какое аляповатое, бабье лицо!» — подумал он.

Действительно, в лице отца Якова было очень много «бабьего»: вздернутый нос, ярко-красные щеки и большие серо-голубые глаза с жидкими, едва заметными бровями. Длинные рыжие волосы, сухие и гладкие, спускались на плечи прямыми палками. Усы еще только начинали формироваться в настоящие, мужские усы, а бородка принадлежала к тому сорту никуда не годных бород, который у семинаристов почему-то называется «скоктанием»: реденькая, сильно просвечивающая; погладить и почесать ее гребнем нельзя, можно разве только пощипать… Вся эта скудная растительность сидела неравномерно, кустиками, словно отец Яков, вздумав загримироваться священником и начав приклеивать бороду, был прерван на половине дела. На нем была ряска, цвета жидкого цикорного кофе, с большими латками на обоих локтях.

«Странный субъект… — подумал Кунин, глядя на его полы, обрызганные грязью. — Приходит в дом первый раз и не может поприличней одеться».

— Садитесь, батюшка, — начал он более развязно, чем приветливо, придвигая к столу кресло. — Садитесь же, прошу вас!

Отец Яков кашлянул в кулак, неловко опустился на край кресла и положил ладони на колени. Малорослый, узкогрудый, с потом и краской на лице, он на первых же порах произвел на Кунина самое неприятное впечатление. Ранее Кунин никак не мог думать, что на Руси есть такие несолидные и жалкие на вид священники, а в позе отца Якова, в этом держании ладоней на коленях и в сидении на краешке, ему виделось отсутствие достоинства и даже подхалимство.

— Я, батюшка, пригласил вас по делу… — начал Кунин, откидываясь на спинку кресла. — На мою долю выпала приятная обязанность помочь вам в одном вашем полезном предприятии… Дело в том, что, вернувшись из Петербурга, я нашел у себя на столе письмо от предводителя. Егор Дмитриевич предлагает мне взять под свое попечительство церковно-приходскую школу, которая открывается у вас в Синькове. Я, батюшка, очень рад, всей душой… Даже больше: я с восторгом принимаю это предложение!

Кунин поднялся и заходил по кабинету.

— Конечно, и Егору Дмитриевичу и, вероятно, вам известно, что большими средствами я не располагаю. Имение мое заложено, и живу я исключительно только на жалованье непременного члена. Стало быть, на большую помощь вы рассчитывать не можете, но что в моих силах, то я всё сделаю… А когда, батюшка, думаете открыть школу?

— Когда будут деньги… — ответил отец Яков.

— Теперь же вы располагаете какими-нибудь средствами?

— Почти никакими-с… Мужики постановили на сходе платить ежегодно по тридцати копеек с каждой мужской души, но ведь это только обещание! А на первое обзаведение нужно, по крайней мере, рублей двести…

— М-да… К сожалению, у меня теперь нет этой суммы… — вздохнул Кунин. — В поездке я весь истратился и… задолжал даже. Давайте общими силами придумаем что-нибудь.

Кунин стал вслух придумывать. Он высказывал свои соображения и следил за лицом отца Якова, ища на нем одобрения или согласия. Но лицо это было бесстрастно, неподвижно и ничего не выражало, кроме застенчивой робости и беспокойства. Глядя на него, можно было подумать, что Кунин говорил о таких мудреных вещах, которых отец Яков не понимал, слушал только из деликатности и притом боялся, чтобы его не уличили в непонимании.

«Малый, как видно, не из очень умных… — думал Кунин. — Не в меру робок и глуповат».

Несколько оживился и даже улыбнулся отец Яков только тогда, когда в кабинет вошел лакей и внес на подносе два стакана чаю и сухарницу с крендельками. Он взял свой стакан и тотчас же принялся пить.

— Не написать ли нам преосвященному? — продолжал соображать вслух Кунин. — Ведь, собственно говоря, не земство, не мы, а высшие духовные власти подняли вопрос о церковно-приходских школах. Они должны, по-настоящему, и средства указать. Мне помнится, я читал, что на этот счет даже была ассигнована сумма какая-то. Вам ничего не известно?

Отец Яков так погрузился в чаепитие, что не сразу ответил на этот вопрос. Он поднял на Кунина свои серо-голубые глаза, подумал и, точно вспомнив его вопрос, отрицательно мотнул головой. По некрасивому лицу его от уха до уха разливалось выражение удовольствия и самого обыденного, прозаического аппетита. Он пил и смаковал каждый глоток. Выпив всё до последней капли, он поставил свой стакан на стол, потом взял назад этот стакан, оглядел его дно и опять поставил. Выражение удовольствия сползло с лица… Далее Кунин видел, как его гость взял из сухарницы один кренделек, откусил от него кусочек, потом повертел в руках и быстро сунул его себе в карман.

«Ну, уж это совсем не по-иерейски! — подумал Кунин, брезгливо пожимая плечами. — Что это, поповская жадность или ребячество?»

Дав гостю выпить еще один стакан чаю и проводив его до передней, Кунин лег на софу и весь отдался неприятному чувству, навеянному на него посещением отца Якова.

«Какой странный, дикий человек! — думал он. — Грязен, неряха, груб, глуп и, наверное, пьяница… Боже мой, и это священник, духовный отец! Это учитель народа! Воображаю, сколько иронии должно быть в голосе дьякона, возглашающего ему перед каждой обедней: «Благослови, владыко!» Хорош владыко! Владыко, не имеющий ни капли достоинства, невоспитанный, прячущий сухари в карманы, как школьник… Фи! Господи, в каком месте были глаза у архиерея, когда он посвящал этого человека? За кого они народ считают, если дают ему таких учителей? Тут нужны люди, которые…»

И Кунин задумался о том, кого должны изображать из себя русские священники…

«Будь, например, я попом… Образованный и любящий свое дело поп много может сделать… У меня давно бы уже была открыта школа. А проповедь? Если поп искренен и вдохновлен любовью к своему делу, то какие чудные, зажигательные проповеди он может говорить!»

Кунин закрыл глаза и стал мысленно слагать проповедь. Немного погодя он сидел за столом и быстро записывал.

«Дам тому рыжему, пусть прочтет в церкви…» — думал он.

В ближайшее воскресенье, утром, Кунин ехал в Синьково покончить с вопросом о школе и кстати познакомиться с церковью, прихожанином которой он считался. Несмотря на распутицу, утро было великолепное. Солнце ярко светило и резало своими лучами кое-где белевшие пласты залежавшегося снега. Снег на прощанье с землей переливал такими алмазами, что больно было глядеть, а около него спешила зеленеть молодая озимь. Грачи солидно носились над землей. Летит грач, опустится к земле и, прежде чем стать прочно на ноги, несколько раз подпрыгнет…

Деревянная церковь, к которой подъехал Кунин, была ветха и сера; колонки у паперти, когда-то выкрашенные в белую краску, теперь совершенно облупились и походили на две некрасивые оглобли. Образ над дверью глядел сплошным темным пятном. Но эта бедность тронула и умилила Кунина. Скромно опустив глаза, он вошел в церковь и остановился у двери. Служба еще только началась. Старый, в дугу согнувшийся дьячок глухим, неразборчивым тенором читал часы. Отец Яков, служивший без дьякона, ходил по церкви и кадил. Если б не смирение, каким проникся Кунин, входя в нищую церковь, то при виде отца Якова он непременно бы улыбнулся. На малорослом иерее была помятая и длинная-предлинная риза из какой-то потертой желтой материи. Нижний край ризы волочился по земле.

Церковь была не полна. Кунина, при взгляде на прихожан, поразило на первых порах одно странное обстоятельство: он увидел только стариков и детей… Где же рабочий возраст? Где юность и мужество? Но, постояв немного и вглядевшись попристальней в старческие лица, Кунин увидел, что молодых он принял за старых. Впрочем, этому маленькому оптическому обману он не придал особого значения.

Внутри церковь была так же ветха и сера, как и снаружи. На иконостасе и на бурых стенах не было ни одного местечка, которого бы не закоптило и не исцарапало время. Окон было много, но общий колорит казался серым, и поэтому в церкви стояли сумерки.

«Кто чист душою, тому хорошо здесь молиться… — думал Кунин. — Как в Риме у св. Петра поражает величие, так здесь трогают эти смирение и простота».

Но молитвенное настроение его рассеялось в дым, когда отец Яков вошел в алтарь и начал обедню. По молодости лет, попав в священники прямо с семинарской скамьи, отец Яков не успел еще усвоить себе определенную манеру служить. Читая, он как будто выбирал, на каком голосе ему остановиться, на высоком теноре или жидком баске; кланялся он неумело, ходил быстро, царские врата открывал и закрывал порывисто… Старый дьячок, очевидно больной и глухой, плохо слышал его возгласы, отчего не обходилось без маленьких недоразумений. Не успеет отец Яков прочесть, что нужно, а уж дьячок поет свое, или же отец Яков давно уже кончил, а старик тянется ухом в сторону алтаря, прислушивается и молчит, пока его не дернут за полу. У старика был глухой, болезненный голос, с одышкой, дрожащий и шепелявый… В довершение неблаголепия, дьячку подтягивал очень маленький мальчик, голова которого едва виднелась из-за перилы клироса. Мальчик пел высоким визгливым дискантом и словно старался не попадать в тон. Кунин постоял немного, послушал и вышел покурить. Он был уже разочарован и почти с неприязнью глядел на серую церковь.

— Жалуются на падение в народе религиозного чувства… — вздохнул он. — Еще бы! Они бы еще больше понасажали сюда таких попов!

Раза три потом входил Кунин в церковь, и всякий раз его сильно потягивало вон на свежий воздух. Дождавшись конца обедни, он отправился к отцу Якову. Дом священника снаружи ничем не отличался от крестьянских изб, только солома на крыше лежала ровнее да на окнах белели занавесочки. Отец Яков ввел Кунина в маленькую светлую комнату с глиняным полом и со стенами, оклеенными дешевыми обоями; несмотря на кое-какие потуги к роскоши, вроде фотографий в рамочках да часов с прицепленными к гире ножницами, обстановка поражала своею скудостью. Глядя на мебель, можно было подумать, что отец Яков ходил по дворам и собирал ее по частям: в одном месте дали ему круглый стол на трех ногах, в другом — табурет, в третьем — стул с сильно загнутой назад спинкой, в четвертом — стул с прямой спинкой, но с вдавленным сиденьем, а в пятом — расщедрились и дали какое-то подобие дивана с плоской спинкой и с решетчатым сиденьем. Это подобие было выкрашено в темно-красный цвет и сильно пахло краской. Кунин сначала хотел сесть на один из стульев, но подумал и сел на табурет.

— Вы это первый раз в нашем храме? — спросил отец Яков, вешая свою шляпу на большой уродливый гвоздик.

— Да, в первый. Вот что, батюшка… Прежде чем мы приступим к делу, угостите меня чаем, а то у меня вся душа высохла.

Отец Яков заморгал глазами, крякнул и пошел за перегородку. Послышалось шушуканье…

«Должно быть, с попадьей… — подумал Кунин. — Интересно бы поглядеть, какая у этого рыжего попадья…»

Немного погодя отец Яков вышел из-за перегородки красный, потный и, силясь улыбнуться, сел против Кунина на край дивана.

— Сейчас поставят самовар, — сказал он, не глядя на своего гостя.

«Боже мой, они еще самовара не ставили! — ужаснулся про себя Кунин. — Изволь теперь ждать!»

— Я вам привез, — сказал он, — черновое письмо, которое я написал архиерею. Прочту после чая… Может быть, вы найдете что-нибудь добавить…

— Хорошо-с.

Наступило молчание. Отец Яков пугливо покосился на перегородку, поправил волосы и высморкался.

— Погода чудесная-с… — сказал он.

— Да. Между прочим, интересную я вещь прочел вчера… Вольское земство постановило передать все свои школы духовенству. Это характерно.

Кунин поднялся, зашагал по глиняному полу и начал высказывать свои соображения.

— Это ничего, — говорил он, — лишь бы только духовенство стояло на высоте своего призвания и ясно сознавало свои задачи. К моему несчастью, я знаю священников, которые, по своему развитию и нравственным качествам, не годятся в военные писаря, а не то что в священники. А вы согласитесь, плохой учитель принесет школе гораздо меньше вреда, чем плохой священник.

Кунин взглянул на отца Якова. Тот сидел согнувшись, о чем-то усердно думал и, по-видимому, не слушал гостя.

— Яша, поди-ка сюда! — послышался женский голос из-за перегородки.

Отец Яков встрепенулся и пошел за перегородку. Опять началось шушуканье.

Кунина защемила тоска по чаю.

«Нет, не дождусь я тут чаю! — подумал он, глядя на часы. — Да кажется, тут я не совсем желанный гость. Хозяин не соблаговолил со мной и одного слова сказать, а только сидит да глазами хлопает».

Кунин взялся за шляпу, дождался отца Якова и простился с ним.

«Даром только утро пропало! — злился он дорогой. — Бревно! Пень! Школой он так же интересуется, как я прошлогодним снегом. Нет, не сварю я с ним каши! Ничего у нас с ним не выйдет! Если бы предводитель знал, какой здесь поп, то не спешил бы хлопотать о школе. Надо сперва о хорошем попе позаботиться, а потом уж о школе!»

Кунин теперь почти ненавидел отца Якова. Этот человек, его жалкая, карикатурная фигура, в длинной, помятой ризе, его бабье лицо, манера служить, образ жизни и канцелярская, застенчивая почтительность оскорбляли тот небольшой кусочек религиозного чувства, который оставался еще в груди Кунина и тихо теплился наряду с другими нянюшкиными сказками. А холодность и невнимание, с которыми он встретил искреннее, горячее участие Кунина в его же собственном деле, было трудно вынести самолюбию…

Вечером того же дня Кунин долго ходил по комнатам и думал, потом решительно сел за стол и написал архиерею письмо. Попросив денег для школы и благословения, он, между прочим, искренно, по-сыновьи, изложил свое мнение о синьковском священнике. «Он молод, — написал он, — недостаточно развит, кажется, ведет нетрезвую жизнь и вообще не удовлетворяет тем требованиям, которые веками сложились у русского народа по отношению к его пастырям». Написав это письмо, Кунин легко вздохнул и лег спать с сознанием, что он сделал доброе дело.

В понедельник утром, когда он еще лежал в постели, ему доложили о приходе отца Якова. Вставать ему не хотелось, и он велел сказать, что его нет дома. Во вторник уехал он на съезд и, вернувшись в субботу, узнал от прислуги, что без него ежедневно приходил отец Яков.

«Как, однако, ему мои крендельки понравились!» — подумал Кунин.

В воскресенье, перед вечером, пришел отец Яков. На этот раз не только полы, но даже и шляпа его была обрызгана грязью. Как и в первое свое посещение, он был красен и потен, сел, как и тогда, на краешек кресла. Кунин порешил не начинать разговора о школе, не метать бисера.

— Я вам, Павел Михайлович, списочек учебных пособий принес… — начал отец Яков.

— Благодарю.

Но по всему видно было, что отец Яков не из-за списочка пришел. Вся его фигура выражала сильное смущение, но в то же время на лице была написана решимость, как у человека, внезапно озаренного идеей. Он порывался сказать что-то важное, крайне нужное и силился теперь побороть свою робость.

«Что же он молчит? — злился Кунин. — Расселся тут! Мне ведь некогда возиться с ним!»

Чтобы хоть чем-нибудь сгладить неловкость своего молчания и скрыть борьбу, происходившую в нем, священник начал принужденно улыбаться, и эта улыбка, долгая, вымученная сквозь пот и краску лица, не вязавшаяся с неподвижным взглядом серо-голубых глаз, заставила Кунина отвернуться. Ему стало противно.

— Извините, батюшка, мне нужно ехать… — сказал он.

Отец Яков встрепенулся, как сонный человек, которого ударили, и, не переставая улыбаться, начал в смущении запахивать полы своей рясы. При всем отвращении к этому человеку Кунину вдруг стало жаль его, и он захотел смягчить свою жестокость.

— Прошу, батюшка, в другой раз… — сказал он, — а на прощанье у меня к вам будет просьба… Тут как-то я вдохновился, знаете, и написал две проповеди… Отдаю на ваше рассмотрение… Коли сгодятся, прочтите.

— Хорошо-с… — сказал отец Яков, покрывая ладонью лежавшие на столе проповеди Кунина. — Я возьму-с…

Постояв немного, помявшись и всё еще запахивая ряску, он вдруг перестал принужденно улыбаться и решительно поднял голову.

— Павел Михайлович, — сказал он, видимо стараясь говорить громко и явственно.

— Что прикажете?

— Я слышал, что вы изволили тово… рассчитать своего писаря и… и ищете теперь нового…

— Да… А вы имеете порекомендовать кого-нибудь?

— Я, видите ли… я… Не можете ли вы отдать эту должность… мне?

— Да разве вы бросаете священство? — изумился Кунин.

— Нет, нет, — быстро проговорил отец Яков, почему-то бледнея и дрожа всем телом. — Боже меня сохрани! Ежели сомневаетесь, то не нужно, не нужно. Я ведь это как бы между делом… чтоб дивиденды свои увеличить… Не нужно, не беспокойтесь!

— Гм… дивиденды… Но ведь я плачу писарю только двадцать рублей в месяц!

— Господи, да я и десять взял бы! — прошептал отец Яков, оглядываясь. — И десяти довольно! Вы… вы изумляетесь, и все изумляются. Жадный поп, алчный, куда он деньги девает? Я и сам это чувствую, что жадный… и казню себя, осуждаю… людям в глаза глядеть совестно… Вам, Павел Михайлович, я по совести… привожу истинного бога в свидетели…

Отец Яков перевел дух и продолжал:

— Приготовил я вам дорогой целую исповедь, но… всё забыл, не подберу теперь слов. Я получаю в год с прихода сто пятьдесят рублей, и все… удивляются, куда я эти деньги деваю… Но я вам всё по совести объясню… Сорок рублей в год я за брата Петра в духовное училище взношу. Он там на всем готовом, но бумага и перья мои…

— Ах, верю, верю! Ну, к чему всё это? — замахал рукой Кунин, чувствуя страшную тяжесть от этой откровенности гостя и не зная, куда деваться от слезливого блеска его глаз.

— Потом-с, я еще в консисторию за место свое не всё еще выплатил. За место с меня двести рублей положили, чтоб я по десяти в месяц выплачивал… Судите же теперь, что остается? А ведь, кроме того, я должен выдавать отцу Авраамию, по крайней мере, хоть по три рубля в месяц!

— Какому отцу Авраамию?

— Отцу Авраамию, что до меня в Синькове священником был. Его лишили места за… слабость, а ведь он в Синькове и теперь живет! Куда ему деваться? Кто его кормить станет? Хоть он и стар, но ведь ему и угол, и хлеба, и одежду надо! Не могу я допустить, чтоб он, при своем сане, пошел милостыню просить! Мне ведь грех будет, ежели что! Мне грех! Он… всем задолжал, а ведь мне грех, что я за него не плачу.

Отец Яков рванулся с места и, безумно глядя на пол, зашагал из угла в угол.

— Боже мой! Боже мой! — забормотал он, то поднимая руки, то опуская. — Спаси нас, господи, и помилуй! И зачем было такой сан на себя принимать, ежели ты маловер и сил у тебя нет? Нет конца моему отчаянию! Спаси, царица небесная.

— Успокойтесь, батюшка! — сказал Кунин.

— Замучил голод, Павел Михайлович! — продолжал отец Яков. — Извините великодушно, но нет уже сил моих… Я знаю, попроси я, поклонись, и всякий поможет, но… не могу! Совестно мне! Как я стану у мужиков просить? Вы служите тут и сами видите… Какая рука подымется просить у нищего? А просить у кого побогаче, у помещиков, не могу! Гордость! Совестно!

Отец Яков махнул рукой и нервно зачесал обеими руками голову.

— Совестно! Боже, как совестно! Не могу, гордец, чтоб люди мою бедность видели! Когда вы меня посетили, то ведь чаю вовсе не было, Павел Михайлович! Ни соринки его не было, а ведь открыться перед вами гордость помешала! Стыжусь своей одежды, вот этих латок… риз своих стыжусь, голода… А прилична ли гордость священнику?

Отец Яков остановился посреди кабинета и, словно не замечая присутствия Кунина, стал рассуждать с самим собой.

— Ну, положим, я снесу и голод, и срам, но ведь у меня, господи, еще попадья есть! Ведь я ее из хорошего дома взял! Она белоручка и нежная, привыкла и к чаю, и к белой булке, и к простыням… Она у родителей на фортепьянах играла… Молодая, еще и двадцати лет нет… Хочется небось и нарядиться, и пошалить, и в гости съездить… А она у меня… хуже кухарки всякой, стыдно на улицу показать. Боже мой, боже мой! Только и утехи у нее, что принесу из гостей яблочек или какой кренделечек…

Отец Яков опять обеими руками зачесал голову.

— И выходит у нас не любовь, а жалость… Не могу видеть ее без сострадания! И что оно такое, господи, делается на свете. Такое делается, что если в газеты написать, то не поверят люди… И когда всему этому конец будет!

— Полноте, батюшка! — почти крикнул Кунин, пугаясь его тона. — Зачем так мрачно смотреть на жизнь?

— Извините великодушно, Павел Михайлович… — забормотал отец Яков, как пьяный. — Извините, всё это… пустое, и вы не обращайте внимания… А только я себя виню и буду винить… Буду!

Отец Яков оглянулся и зашептал:

— Как-то рано утром иду я из Синькова в Лучково; гляжу, а на берегу стоит какая-то женщина и что-то делает… Подхожу ближе и глазам своим не верю… Ужас! Сидит жена доктора, Ивана Сергеича, и белье полощет… Докторша, в институте кончила! Значит, чтоб люди не видели, норовила пораньше встать и за версту от деревни уйти… Неодолимая гордость! Как увидала, что я около нее и бедность ее заметил, покраснела вся… Я оторопел, испугался, подбежал к ней, хочу помочь ей, а она белье от меня прячет, боится, чтоб я ее рваных сорочек не увидел…

— Всё это как-то даже невероятно… — сказал Кунин, садясь и почти с ужасом глядя на бледное лицо отца Якова.

— Именно, невероятно! Никогда, Павел Михайлович, этого не было, чтоб докторши на реке белье полоскали! Ни в каких странах этого нет! Мне бы, как пастырю и отцу духовному, не допускать бы ее до этого, но что я могу сделать? Что? Сам же еще норовлю у ее мужа даром лечиться! Верно вы изволили определить, что всё это невероятно! Глазам не верится! Во время обедни, знаете, выглянешь из алтаря, да как увидишь свою публику, голодного Авраамия и попадью, да как вспомнишь про докторшу, как у нее от холодной воды руки посинели, то, верите ли, забудешься и стоишь, как дурак, в бесчувствии, пока пономарь не окликнет… Ужас!

Отец Яков опять заходил.

— Господи Иисусе! — замахал он руками. — Святые угодники! И служить даже не могу… Вы вот про школу мне говорите, а я, как истукан, ничего не понимаю и только об еде думаю… Даже перед престолом… Впрочем… что же это я? — спохватился отец Яков. — Вам уезжать нужно. Простите-с, я ведь это так… извините…

Кунин молча пожал руку отца Якова, проводил его до передней и, вернувшись в свой кабинет, остановился перед окном. Он видел, как отец Яков вышел из дому, нахлобучил на голову свою широкополую ржавую шляпу и тихо, понурив голову, точно стыдясь своей откровенности, пошел по дороге.

«А его лошади не видно», — подумал Кунин.

Помыслить, что священник все эти дни ходил к нему пешком, Кунин боялся: до Синькова было семь-восемь верст, а грязь на дороге стояла невылазная. Далее Кунин видел, как кучер Андрей и мальчик Парамон, прыгая через лужи и обрызгивая отца Якова грязью, подбежали к нему под благословение. Отец Яков снял шляпу и медленно благословил Андрея, потом благословил и погладил по голове мальчика.

Кунин провел рукой по глазам, и ему показалось, что рука его от этого стала мокрой. Он отошел от окна и мутными глазами обвел комнату, в которой ему еще слышался робкий, придушенный голос… Он взглянул на стол… К счастью, отец Яков забыл второпях взять с собой его проповеди… Кунин подскочил к ним, изорвал их в клочки и с отвращением швырнул под стол.

— И я не знал! — простонал он, падая на софу. — Я, который уже более года служу здесь непременным членом, почетным мировым судьей, членом училищного совета! Слепая кукла, фат! Скорей к ним на помощь! Скорей!

Он мучительно ворочался, стискивал виски и напрягал свой ум.

— Получу 20-го числа жалованья 200 рублей… Под благовидным предлогом суну и ему и докторше… Его позову молебен служить, а для доктора фиктивно заболею… Таким образом, не оскорблю их гордости. И Авраамию помогу…

Он рассчитывал по пальцам свои деньги и боялся себе сознаться, что этих двухсот рублей едва хватит ему, чтобы заплатить управляющему, прислуге, тому мужику, который привозит мясо… Поневоле пришлось вспомнить то недалекое прошлое, когда неразумно проживалось отцовское добро, когда, будучи еще двадцатилетним молокососом, он дарил проституткам дорогие веера, платил извозчику Кузьме по десяти рублей в день, подносил из тщеславия актрисам подарки. Ах, как бы пригодились теперь все эти разбросанные рубли, трехрублевики, десятки!

«Отец Авраамий проедает в месяц только три рубля, — думал Кунин. — За рубль попадья может себе сорочку сшить, а докторша прачку нанять. Но я все-таки помогу! Обязательно помогу!»

Тут вдруг Кунин вспомнил донос, который написал он архиерею, и его всего скорчило, как от невзначай налетевшего холода. Это воспоминание наполнило всю его душу чувством гнетущего стыда перед самим собой и перед невидимой правдой…

Так началась и завершилась искренняя потуга к полезной деятельности одного из благонамеренных, но чересчур сытых и не рассуждающих людей.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...