Lasciate che i piccoli vengano a me – In memoria di padre Andrey Parfenchyk

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Non credo di poter esaurire in poche righe tutto ciò che avrei da dire su padre Andrey Parfenchyk, non solo per una questione di spazio ma perché i tanti ricordi – frutto di una costante frequentazione di quasi cinque anni – si affastellano caoticamente nella mia mente sollecitando il cuore e con esso tutte le emozioni.

Padre Andrey per me è stato un pastore buono, un maestro nell’ortodossia e nelle questioni ecclesiastiche ma soprattutto un amico fraterno. Nel tempo abbiamo infatti sviluppato un rapporto di autentica fratellanza e di umana condivisione che andava oltre la vita della parrocchia di Sant’Alessandro di Comana.

In questi anni che Dio ci ha donato per far incrociare le nostre vite su questa terra abbiamo avuto modo di stare molto insieme: all’altare, negli impegni pubblici ma anche nei viaggi in auto o semplicemente nel tempo libero. Abbiamo imparato a conoscere i nostri limiti, a rispettarci e ad aprire il nostro cuore l’uno all’altro raccontandoci gioie e soddisfazioni ma anche insuccessi e dolori piccoli e grandi.

Nonostante alcune spigolosità del carattere era facile essere amici di padre Andrey: anche se l’età era matura in lui viveva una fanciullezza dell’animo che lo rendeva capace di grandi slanci di entusiasmo e di bontà ma anche di analoghe preoccupazioni che spingevano l’interlocutore ad una protezione quasi materna nei suoi confronti.

Questo fanciullezza dell’animo unita ad una rigorosa preparazione intellettuale e ad una spiccata sensibilità pastorale gli hanno consentito di costruire una famiglia/comunità a Palermo capace di andare oltre le appartenenze etniche o nazionali. Lui stesso, bielorusso con radici russe e polacche, in questi anni è riuscito ad essere anche siciliano tra i siciliani.

Vorrei dire ancora altre cose sul caro padre Andrey ma i ricordi si fanno più tumultuosi se ripenso a questi ultimi mesi vissuti facendo i conti con il terribile male che lo ha strappato al nostro affetto. Dio ha voluto che condividessi con lui questa vicenda, dal momento in cui il medico gli comunicò la scoperta del tumore e la conseguente condizione di malato terminale fino all’ultimo saluto all’aeroporto di Palermo prima di tornare a Minsk, a casa sua.

Alla sera parlavamo spesso della morte, della paura e della fede.

Uno degli ultimi impegni pubblici fu la rassegna del cinema russo contemporaneo. Padre Andrey nonostante qualche malessere volle vedere tutti i film e ricordo le nostre perplessità per il film “Il sacco senza fondo” di Rustam Khamdamov. Entrambi però eravamo rimasti colpiti dalla stessa battuta della protagonista del film: “Che cos’è il paradiso? Il paradiso è esistito per ognuno di noi, era l’infanzia. In quel tempo tutti siamo stati immortali”. In quella frase c’era qualcosa di vero ma era troppo pessimista per i nostri gusti e soprattutto per la nostra fede.

Qualche settimana dopo in un letto d’ospedale, quando già i dolori si facevano più forti e prostravano il fisico, padre Andrey con gli occhi chiusi mi disse che per alleviare il malessere cercava di ricordare quando era bambino, le corse e i giochi,  il bosco con i suoi profumi e la nonna.

Nelle ultime settimane padre Andrey teneva spesso gli occhi chiusi. Non penso fosse una semplice protezione da quanto stava avvenendo ma una sua predisposizione davanti al mistero. Durante la Divina Liturgia prima di accostarsi ai Santi Misteri lui chiudeva sempre gli occhi e pregava. Sono certo che prima di accostarsi al grande mistero della morte, del passaggio da questa vita alla vera Vita, lui abbia chiuso ancora una volta gli occhi. Non per morire ma per ritornare bambino, per ritrovare quel paradiso che è preparato per i piccoli.

“Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio”. (Lc, 18,16)

 

 

 

 

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