Confessione all’alba

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“Ci vediamo domani mattina alle 7,30 alla Chiesa dell’Esaltazione della Croce vicino all’icona di san Nicola”. L’appuntamento per la confessione per un occidentale non poteva che essere più inusuale di così, soprattutto se si trattava di alzarsi all’alba e di raggiungere una delle chiese della Lavra delle Grotte di Kiev sfidando il gelido inverno ucraino.

Prepararsi al Natale vuol dire anche uscire di casa quando è ancora buio fare la strada per la Lavra attraversando un deserto di neve e ghiaccio dove sparute presenze si muovono a tentoni quasi senza destinazione.

La fatica e il freddo di questo tragitto sono però ben ripagate dal ristoro fisico e spirituale e dallo stupore che dà l’ingresso in una chiesa ortodossa durante l’inverno. E’ un po’ come rientrare in un grembo materno con la differenza che non sei solo. E’ forte il contrasto con l’esterno dove il gelo e la neve coprono tutto quasi fermando il tempo mentre all’interno è un’esplosione di vita.

La Chiesa dell’Esaltazione della Croce era straboccante di gente: donne, uomini, anziani e perfino bambini. C’è il mattutino, io provo a farmi strada verso l’icona dell’appuntamento e trovata una posizione favorevole provo a seguire la liturgia.

Il mio sguardo però è rapito dai volti delle persone tanto che mi piacerebbe essere un pittore per rubare questi volti. Le donne sono tante, giovani e anziane, i loro volti che siano rugosi o lisci come quelli di una bambina, sono incorniciati da veli e sciarpe e ispirano purezza e preghiera mai viste. E che dire degli uomini? Sì c’è il viso del commerciante e dell’impiegato ma ci sono anche certe facce da spavento, dure e possenti che li immagineresti a guidare un tir o in una bettola e non rischiarate dalla luce di una candela.

Il coro dei monaci è un florilegio di barbe bianche e nere, di giovani e meno giovani, che esprimono  la loro fratellanza nel loro canto possente e devoto. Sotto i loro stalli i monaci più anziani intabarrati e con fluenti barbe bianche giacciono su delle piccole panche e sonnecchiano.

Dall’iconostasi ogni tanto sbucano due diaconi. Anche loro sembrano un ritratto. C’è n’è uno grandissimo che fa sembrare il suo orarion (stola diaconale) una sciarpetta. L’altro è magrissimo, con barbetta a punta e capelli lunghissimi, ieratico nei movimenti tanto da sembrare  davvero uscito da uno di quei dipinti russi che ritraggono soggetti religiosi.

Da non so dove spunta anche padre Nestor che benché mi veda al massimo due volte l’anno mi individua subito e mi fa avvicinare per la confessione. Ha una voce morbida e serena padre Nestor, il suo inglese è puntuale come le sue domande e le sue osservazioni. Mi hanno detto che nella sua vita precedente era un uomo d’affari.

Finita la mia confessione, riguadagno la mia postazione e continuo nella mia osservazione di volti e cose.

Ad un certo punto il diacono esce per il Vangelo e io mi sento spinto violentemente in avanti. Mi giro e vedo che uno di quei monaci canuti che giaceva addormentato sulla panca allo “Stiamo attenti” diaconale si è rizzato in piedi e si è preso il mio posto che forse era il suo.

La brutalità di questo gesto forse in altro contesto mi avrebbe turbato in verità mi ha riportato alla liturgia. Lo “Stiamo attenti” valeva anche per me.

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